Abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare Non è il momento – Live in Ansedonia 1980 di Giorgio Lo Cascio, un prezioso lavoro inedito fatto uscire dalla polvere dalla passione di Francesco Di Giovanni. Registrato nel giugno del 1980 in una casa di famiglia ad Ansedonia, il materiale nasce come una sessione privata, lontana da qualsiasi progetto discografico, e rimane per decenni inedito. Il ritrovamento di una musicassetta da parte di Di Giovanni e il successivo lavoro di restauro audio curato da Stefano Sanguigni hanno permesso di restituire oggi all’ascolto questa preziosa testimonianza. Un documento che acquista particolare interesse se inserito nel clima musicale di quegli anni.

Il 1980 è infatti, un anno di soglia per la musica italiana, e in particolare per quella scena romana che nel decennio precedente aveva costruito, attorno al Folkstudio, una delle stagioni più dense della canzone d’autore nazionale. Quella stagione, però, sta ormai virando altrove: i cantautori che l’avevano animata cercano nuovi linguaggi e nell’aria circolano gli influssi di una fusion americana che negli stessi anni ha già ridefinito i confini del jazz, con gruppi come i Weather Report o solisti come Chick Corea ed Herbie Hancock impegnati a mescolare improvvisazione, elettronica e ritmiche funk.

Non è un caso che proprio in questo torno di tempo molti musicisti italiani di formazione cantautorale comincino a misurarsi con session più fisiche, meno centrate sulla parola e più sul corpo ritmico della musica. Non è il momento – Live in Ansedonia 1980 va letto in questa cornice: non come episodio isolato, ma come una delle tante testimonianze private, mai destinate al mercato, di un incontro che in quegli anni si consumava in molte case e in molte sale prove d’Italia.

Francesco Di Giovanni, chitarrista oggi noto come “Frankie” e attivissimo su vari fronti fra cui con formazioni come il Frankie’s Jazz Quartet, rappresenta in questa vicenda la figura del musicista-ponte. La sua carriera, fatta di oltre sessanta canzoni firmate insieme a incursioni nella musica da camera, in quella sinfonica e nel musical, racconta un profilo eclettico poco interessato ai confini di genere. È proprio questa disponibilità a spostarsi tra codici diversi che rende plausibile, nel 1980, la scelta di mettere la propria chitarra e quella di un gruppo affiatato al servizio di un cantautore, traducendone la scrittura in un linguaggio più ritmico, fatto di riff e di aperture armoniche di matrice jazzistica, con un fondo blues che dà densità al suono. Il risultato, un funky “nero”, spesso quasi ostinato nella sua insistenza ritmica, è il segno di una band che pensa in termini di interplay prima ancora che di accompagnamento.

Ad ascoltare da vicino l’equilibrio interno della session, colpisce come i quattro strumentisti costruiscano un tessuto sonoro compatto e mai puramente decorativo. Il basso e il contrabbasso di Enrico Di Giovanni lavorano in appoggio diretto alla batteria di Roberto Giannotti, disegnando quegli incastri ritmici che sono la vera cifra dell’album, mentre il piano elettrico di Luigi Santucci si inserisce negli spazi lasciati aperti dalla chitarra, senza sovrapporsi mai alla voce, ma nemmeno limitandosi a un ruolo di semplice tappeto armonico. È una scrittura d’insieme che tradisce ore di frequentazione reciproca più che un arrangiamento steso a tavolino: i riff tornano, si trasformano, lasciano spazio a brevi aperture quasi improvvisate prima di richiudersi sulla figura di partenza, in un moto che deve più alla logica della session jazzistica che a quella della canzone strofa-ritornello.

Giorgio Lo Cascio arriva a questo incontro da un percorso per molti versi diverso. Formatosi con studi classici e uno strumento come il violino prima di approdare alla chitarra, cresciuto nel Folkstudio accanto a una generazione che includeva Francesco De Gregori — con cui condivise un sodalizio artistico riconosciuto — oltre ad Antonello Venditti, Ernesto Bassignano, Renzo Zenobi ed Edoardo De Angelis, Lo Cascio porta con sé l’eredità di una canzone d’autore attenta soprattutto al testo e alla melodia. In questa session si trova quindi, in un certo senso, corpo estraneo rispetto al linguaggio ritmico della band che lo accompagna, ma è un’estraneità che sembra vissuta con evidente piacere: la sua voce si adatta, o meglio si lascia attraversare, da un impasto sonoro più fisico di quello a cui la sua produzione discografica ufficiale ci ha abituati.

Va detto, senza indulgenze critiche fuori luogo, che la registrazione porta con sé tutti i limiti di una ripresa amatoriale d’epoca, poi recuperata da una musicassetta dopo la perdita del nastro originale e restaurata da Stefano Sanguigni: dinamiche non sempre bilanciate, una resa timbrica lontana dagli standard professionali, momenti in cui l’interazione tra gli strumenti prevale sulla definizione del suono. Sono limiti che vanno però messi in conto, non a discapito del documento, ma come parte della sua natura.

Ascoltato oggi, Non è il momento – Live in Ansedonia 1980 non pretende di riscrivere la storia della fusion italiana, ma ne restituisce un frammento minore e per questo prezioso: la prova che, agli inizi degli anni Ottanta, anche i cantautori più legati alla tradizione del Folkstudio sentivano il bisogno di misurarsi con il groove e con la logica della session band, in un dialogo tra parola e ritmo che meriterebbe, a partire da episodi come questo, una mappatura più sistematica.

Roberta Fusco

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