La seconda giornata della Festa del Cinema Bulgaro, andata in scena lo scorso 18 settembre, si è aperta sotto i migliori auspici con il racconto intimo e potente di una figura straordinaria: Sylvie Vartan. Che l’artista sia stata una cantante capace di segnare un’epoca lo sa tutto il mondo, ma in quanti conoscono la tensione sotterranea che ha attraversato la sua intera carriera artistica?
Dietro la patina dorata del successo si cela una traiettoria esistenziale costantemente sospesa sul baratro, segnata da eventi capaci di stravolgerne i destini da un momento all’altro e, soprattutto, da una fragile, ostinata messa in discussione della propria identità. È da questa crepa emotiva che prende le mosse Sylvie Vartan – Per amore, il documentario diretto da Georgi Toshev e frutto di un lunghissimo e rigoroso processo di lavorazione durato ben sedici anni. Un’opera che rifugge la mera agiografia televisiva per farsi cinema del reale, strutturato attraverso lo sguardo partecipe ma lucido del regista.
Il documentario sceglie di non procedere per didascalie, ma di restituire la statura di un’artista che è stata molto più di una semplice icona pop: regina dello yéyé, prima vera rock girl francese e pioniera assoluta di una performance totale, capace di coniugare canto e danza nello stesso istante. Toshev riannoda i fili di una biografia complessa partendo dalle origini bulgare a Iskrec e dal trauma geopolitico dell’occupazione sovietica, che costrinse la famiglia alla fuga prima a Sofia e poi, nel 1952, a Parigi. È qui, grazie all’imprinting fondamentale del fratello e produttore musicale Eddie, che la giovane Sylvie compie la sua metamorfosi artistica, assorbendo la lingua e la temperie culturale francese per trasformarle in materia viva. Il pregio maggiore dell’impianto documentaristico risiede nella capacità di fondere l’epica privata con i grandi rivolgimenti del Novecento. Toshev seleziona con cura i nodi cruciali della vita della Vartan: l’inevitabile e magnetico sodalizio umano e artistico con il primo marito Johnny Hallyday, fino alla quiete ritrovata e all’amore profondo trasmesso dalle parole di Tony Scotti, la cui dedizione commuove lo spettatore per la misura e la stima incondizionata che trapelano dal suo racconto. Ma il climax emotivo e politico dell’opera si consuma nel segmento dedicato al ritorno in Bulgaria. Il 6 ottobre 1990, al Palazzo Nazionale della Cultura di Sofia, Sylvie calca nuovamente il suolo patrio a distanza di trentotto anni. L’intuizione registica in questo frangente è eccellente: incrociare il dramma personale della memoria d’infanzia con le macerie storiche di un Paese uscito dal giogo comunista, segnato dalla fame e dalla povertà all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Il ritorno a casa si trasforma sullo schermo in uno scontro frontale con il tempo e con il dolore collettivo. La cifra autoriale del documentario trova il suo compimento nella sequenza finale, ambientata durante l’ultimo concerto a Sofia nel 2018, tappa d’addio alle scene della cantante. Toshev evita la retorica del compianto facile, prediligendo la purezza di un’emozione condivisa che attraversa la sala e culmina in un applauso liberatorio.
Sylvie Vartan – Per amore si rivela così un’opera preziosa: non un semplice tributo a una leggenda vivente, ma l’indagine rigorosa su cosa significhi rimanere fedeli a sé stessi quando la Storia, con la S maiuscola, irrompe e pretende il suo tributo. Una prova d’autore che merita di essere scoperta.
Michela Iuliani

