(di Renato Marengo) “Che cavolo vuol dire?”. Chiedeva così Simone Cristicchi, ogni volta che finiva di leggere un blocco di testo sul set di Sele, la via d’acqua, guardandosi intorno con la faccia di uno appena sceso dal treno sbagliato. Paolo Logli, che quel testo l’ha scritto, rispondeva sempre allo stesso modo: “Non lo so, ma mi sembrava adatto a te”. Non era una excusatio, spiega oggi: certe frasi le scrive pensando più alla voce che dovrà dirle che al significato che dovrebbero avere, e quella — racconta — era una di quelle.
Il documentario va in onda il 12 settembre alle 15 su Raitre, per la regia di Enrico Farro. Logli lo ha scritto in un anno che gli è rimasto incollato addosso: è ligure, cresciuto — dice — con un mare che finisce e non comincia, e si è ritrovato a risalire una valle che sta esattamente nel mezzo del Sud Italia.
Scrivere per la voce di un altro, del resto, è il mestiere che fa da sempre, anche fuori dal cinema. “Bisogna sparire dietro chi parla, prestargli parole che possibilmente le userà meglio di come le avresti usate tu“, dice. “Con Simone il ‘possibilmente’ quasi si toglie di mezzo. Resta però il fiume, aggiunge, che non sparisce mai, che sta sempre in scena — il vero protagonista, mentre noi due facciamo un po’ la parte dei comprimari pagati troppo“.
Il Sele nasce vicino Caposele con una potenza che agli inizi del Novecento qualcuno pensò bene di sfruttare: ne deviarono una parte per dissetare la Puglia, così oggi quella sorgente alimenta due strade d’acqua opposte. Una segue il letto naturale fino a sfociare vicino Paestum, nel Tirreno. L’altra corre nell’Acquedotto Pugliese fino a Santa Maria di Leuca, dove Adriatico e Ionio si toccano, e finisce in mare rovesciandosi da una cascata enorme — lo stesso identico gesto della sorgente, ma alla rovescia: di qua l’acqua nasce da un buco nella roccia, di là ci muore dentro.
Vicino a quella foce tirrenica, più di duemila anni fa, sbarcarono i greci di Sibari, portandosi dietro ulivi, tecniche agricole e l’abitudine di costruire templi appena arrivati da qualche parte. Fondarono Poseidonia — diventata Paistom sotto i Lucani, poi Paestum sotto Roma — e a pochi passi dalla foce eressero un santuario a Hera Argiva, moglie di Zeus. La leggenda vuole che l’avessero fondato Giasone e i suoi Argonauti, di ritorno dalla Colchide col vello d’oro e Medea rapita al seguito. “Si fermarono a ringraziare la dea”, racconta Logli, “invece di correre a raccontare l’impresa a qualche talk show dell’epoca.”
Chi la storia la conosce davvero è Tiziana D’Angelo, l’archeologa che oggi dirige il Parco di Paestum e Velia, ed è lei ad averla raccontata nel documentario. Poco più a monte, a Oliveto Citra, il fiume disegna una curva che Logli, nel testo, ha definito “un orecchio teso — un ascolto“. Il problema, spiega, è che proprio lì la terra, oltre ad ascoltare, respira male: ci sono ancora oggi le mofete, buchi nel terreno da cui esce anidride carbonica, e gli osco-sanniti avevano dedicato quelle sorgenti velenose alla dea Mefitis, prosperità e morte nella stessa figura, “senza che questo li disturbasse minimamente“. Sembra un proverbio scritto per stupire, dice, “e invece è cronaca quotidiana da tremila anni: la sorgente regala acqua, la mofeta la nega, e nessuno ha mai avvisato la dea che forse era ora di aggiornarsi“.
Le voci che si intrecciano a questa geografia sono tante: Oscar Farinetti, che del cibo e dei territori italiani ha fatto un’impresa e quasi una filosofia; Franco Arminio, il poeta che da anni gira i paesi che si spopolano e li chiama “paesologia”; il ministro della protezione civile Musumeci; Gianmaurizio Foderaro, che come Logli collabora da anni con il Premio Sele d’Oro — nato in questa stessa valle, a Oliveto Citra, proprio dopo il terremoto dell’80. E a fare da controcanto ci sono le musiche. Mario Incudine canta Amara terra mia di Modugno, la maledizione di chi lascia una terra povera, e nel suo repertorio ha anche pezzi che dicono l’esatto contrario: la stessa voce tiene insieme chi parte e chi resta, “il che dice più cose di quante ne dica io in un paragrafo“, commenta Logli. Peppe Servillo canta Era de maggio, la storia di due innamorati nati davanti a una fontana — “perché prima di condotte e rubinetti l’acqua era il posto dove la gente si incontrava, non solo un servizio da contatore“. Walter Ricci canta Il mondo, perché il pianeta gira lo stesso a prescindere da tutti noi, e qualcosa, dice Logli, deve pur voler dire. Pierdavide Carone riprende La storia siamo noi di De Gregori: la storia la fa la gente comune, ma anche la terra in cui capita di vivere, “e nessuno se ne abbia a male“, aggiunge. Mario Rosini canta Terra mia di Pino Daniele — nessuno, dopo Pino, la canta meglio di lui — l’attaccamento alle proprie radici che forse è davvero l’insegnamento di questa valle. E poi c’è Amara, che duetta con Cristicchi in Le poche cose che contano e chiude il film con un brano tutto suo, Grazie: a conti fatti, la parola giusta per finire.
Con Cristicchi, un giorno, Logli ha girato in Apecar tra le case vuote di Senerchia, il borgo abbandonato dopo il terremoto dell’80. “Frase fatta, lo so“, ammette, “ma tra quelle mura sembra davvero che qualcuno abbia messo in pausa il telecomando un attimo prima che tornassimo noi.“
Il film esiste grazie a chi ci ha lavorato sul serio, a partire da Gianni Sergio che l’ha prodotto, e da Mino Pignata, sindaco di Oliveto Citra, che questo sogno l’aveva in testa prima di chiunque altro e non sembra avere nessuna intenzione di smettere di sognarne altri.
Se sia venuto un buon lavoro, Logli dice di non saperlo — “anzi, lo so, ma preferisco scoprirlo il 12, davanti alla tivù, come uno spettatore qualunque che però conosce già ogni battuta. Sensazione strana, non ci si abitua mai.” Quel che sa per certo, aggiunge, è che per un anno ha pensato a un fiume che non era suo, in una valle che non è la sua, prestando la voce a un’acqua che se la cavava benissimo anche prima che arrivasse lui.
Ogni volta che una goccia cade, un racconto ricomincia. Sele, la via d’acqua, il 12 settembre, su Raitre.

