Durante la terza e ultima giornata di rassegna tenutasi domenica 20 settembre, alla Festa del Cinema Bulgaro, il primo appuntamento riguardava la visione di un documentario molto particolare. È un vecchio e abusato luogo comune quello secondo cui dietro ogni grande uomo ci sarebbe sempre una donna. Una frase a effetto che troppo spesso riduce le figure femminili a semplici ombre di supporto, sagome sfocate a servizio di una grandezza altrui. Eppure, a volte, un’opera riesce a prendere questo stereotipo e a rivoltarlo come un guanto, svelandone il costo umano, emotivo e persino doloroso. È esattamente ciò che accade in La vita è spaventosa eppure molto bella (Life is Scary, Yet Very Beautiful), il raffinato documentario firmato dalla regista bulgara Ralitsa Dimitrova.
Al centro del racconto c’è una storia d’amore rimasta a lungo ai margini della grande Storia ufficiale: quella tra il celebre basso Boris Christoff e Penka Kasabova, la donna che ha piantato i semi della sua leggenda. La vicenda ha inizio in Bulgaria, in un tempo in cui Christoff non è ancora il mostro sacro dell’opera mondiale acclamato nei teatri di tutto il globo, ma un giovane studente di legge che coltiva la passione per il canto nel coro “Gusla”. È allora che incontra Penka Kasabova, insegnante e donna più matura di lui. Tra i due nasce un legame spontaneo, profondo, segnato fin da subito dai dubbi legati alla notevole differenza d’età. Ma Penka possiede una dote rara: una lucida chiaroveggenza artistica. Intuisce nel giovane un potenziale inespresso immenso, arrivando a paragonarlo al leggendario Fëdor Šaljapin. È lei a spingerlo a mollare i codici e le aule di tribunale per trasferirsi in Italia, ad accompagnarlo ai concerti, a nutrirne la sensibilità musicale facendogli ascoltare le registrazioni dei grandi interpreti del passato. La Dimitrova sceglie di non confezionare la classica agiografia celebrativa. La grandezza di Boris Christoff non viene raccontata attraverso l’elenco dei suoi trionfi sui palcoscenici internazionali, ma attraverso il percorso sotterraneo e faticoso che gli ha permesso di raggiungerli. In questo senso, la regista restituisce a Penka una dignità profonda, forse persino maggiore di quella che la donna stessa pretese in vita.
Dal punto di vista formale, il documentario è di una fattura eccellente. La struttura narrativa, il montaggio e il tono del racconto sono calibrati alla perfezione, immergendo lo spettatore in un’atmosfera senza tempo che fa vibrare le stesse emozioni vissute dalla protagonista. Tuttavia, proprio l’immersione in questa densa materia biografica lascia spazio a una riflessione critica inevitabile, che interroga lo spettatore contemporaneo. Dietro la favola romantica della musa ispiratrice, affiora il ritratto amaro di un prezzo altissimo pagato al femminile. La stessa Penka, pur essendo diventata una figura storica di primo piano nella pedagogia bulgara, ha speso gran parte della sua esistenza a sostenere un amore che la geografia e la vita avrebbero allontanato fisicamente, pur legandolo a doppio filo attraverso un fitto e costante scambio epistolare continuato dagli anni Sessanta agli anni Ottanta. Dall’altro lato della medaglia c’è Franca De Rensis, la donna che Christoff sposerà una volta stabilitosi definitivamente in Italia. Una figura che subisce in silenzio una diversa forma di dedizione: passare l’intera vita a fianco di un uomo la cui mente e il cui cuore, a distanza, continuavano a pulsare per un’altra.
Nel suo libro di memorie Amore e Talento (Любов и талант), pubblicato in Bulgaria, la Kasabova ha documentato minuziosamente ogni dettaglio di quel legame giovanile, scegliendo però di dare alle stampe l’opera solo dopo la morte di Franca De Rensis. Un gesto di estremo rispetto verso un’altra donna, che suona però anche come l’ennesimo passo indietro, l’ennesima volta in cui a una donna è stato chiesto di attendere, di farsi da parte, di custodire il dolore e la passione nei confini della discrezione. La vita è spaventosa eppure molto bella ci restituisce immagini e documenti di inestimabile valore storico, ma lascia addosso una sottile inquietudine. Ci ricorda che la costruzione di un mito maschile passa spesso attraverso l’autosacrificio silenzioso di chi, da dietro le quinte, ha cucito le ali a un gigante, consumandosi nell’attesa. Un’opera che incanta per la sua grazia formale, ma che costringe a fare i conti con le ombre che abitano le grandi leggende della cultura.
Michela Iuliani

