fragole

La giornata di sabato 18 è proseguita con il secondo appuntamento della rassegna, che ci ha portati nel cuore della Bulgaria con Fragole Selvatiche, una delicata tragicommedia diretta da Tatyana Pandurska. Un’opera che sa come coniugare il fascino visivo dei paesaggi incontaminati con un’introspezione profonda sui concetti di appartenenza e cambiamento.

Al centro della narrazione c’è Daphne Bello (interpretata da un’intensa Vanina Kondova), un’affermata architetta di New York ormai esausta dai ritmi alienanti della metropoli. Quando eredita una vecchia e decadente dimora da una nonna mai conosciuta, situata in un villaggio sperduto tra i Monti Rodopi, Daphne pianifica un blitz veloce: chiudere la pratica, vendere tutto al cugino Orlin e fare ritorno nella sua “Grande Mela”. Tuttavia, i piani subiscono una brusca battuta d’arresto. Tra leggende locali, segreti di famiglia custoditi gelosamente dagli anziani del villaggio e un inaspettato riavvicinamento alla quiete della natura, Daphne inizia a riconsiderare le sue priorità. La scoperta di un inghippo dietro la frenetica e sospetta fretta di Orlin di concludere la vendita farà scattare la scintilla definitiva: la decisione di non vendere, di reinventarsi e di piantare nuove radici in quel luogo remoto.

Uno degli elementi più riusciti della sceneggiatura è la ricerca ossessiva e costante delle fragole di bosco da parte della protagonista. Un frutto che funge da potente totem emotivo, legato al ricordo del padre e alla ricerca di un’identità frammentata. Chiedendo informazioni a ogni saggio anziano del villaggio, Daphne compone un puzzle esistenziale che si chiude solo nell’inquadratura finale, quando le fragole vengono finalmente ritrovate, a simboleggiare la verità e la pace interiore riconquistate. A bilanciare le tinte più malinconiche e drammatiche del percorso di Daphne ci pensa il personaggio di Orlin (interpretato con esuberanza comica da Ivan Yurukov). Un cugino goffo, perennemente alla ricerca di una svolta esistenziale che non arriva mai, intrappolato in un eterno tentativo di reinvenzione senza sbocchi. Sarà paradossalmente la fermezza di Daphne a offrirgli, sul finire, una bussola e una direzione certa.

La vera morale di Fragole Selvatiche risiede nell’imprevedibilità dell’esistenza: l’illusione di avere la vita rigidamente tracciata può sgretolarsi di fronte a un singolo, improvviso stravolgimento. La pellicola ci ricorda che persino una carriera solida e faticosamente costruita può essere messa in discussione se non garantisce una felicità autentica, e che c’è sempre spazio per ricominciare.
La Pandurska dirige con mano sicura, alternando i silenzi contemplativi della montagna a ritmi brillanti nella gestione dei siparietti comici. La fotografia di Stefan Vrachev valorizza ogni singolo scorcio rurale, rendendo il villaggio bulgaro un vero e proprio personaggio aggiunto. Un film sincero, che profuma di terra e di cinema d’autore accessibile, capace di emozionare senza scadere nella retorica.

Michela Iuliani