Si è conclusa nella giornata di domenica 20 settembre, la kermesse dedicata alla cinematografia della Festa del Cinema Bulgaro, lasciando in sala non pochi spunti di discussione. Presentato come un dramedy intenso e provocatorio, 3.0 kg di felicità, diretto dalla regista bulgara Zornitsa Sophia, porta sul grande schermo un racconto basato su storie vere, che affonda le radici in un dramma familiare profondo e al limite del tabù. Al centro della trama c’è Anastasia (Stefka Yanorova), una donna di cinquantacinque anni che prende una decisione radicale e segreta: fare da madre surrogata per sua figlia Betty (Daria Simeonova), segnata da ripetuti aborti spontanei e dall’impossibilità di portare a termine una gravidanza. Una scelta che sfida la legge, la morale comune e i precetti religiosi, ma che soprattutto scuote le fondamenta di un’intera famiglia, entrando in rotta di collisione con la volontà del marito di Anastasia, Chavdar (Gerasim Georgiev), pescatore pastore, molto legato alla dottrina.

La forza del film risiede nella rappresentazione della progressiva implosione degli equilibri domestici. Man mano che la gravidanza procede, la narrazione si addentra in territori scivolosi e complessi: Nikolay (Vladimir Zombori), il marito di Betty, si avvicina sempre di più alla suocera Anastasia, sviluppando un legame ambiguo e quasi di infatuazione. La situazione precipita quando Betty scopre questo rapporto inatteso, aprendo a una voragine di tensione emotiva.
Il climax si accende nella parte finale, con una lite furibonda tra Chavdar, il padre di Betty, e Nikolay, determinati a contendersi il bambino che Anastasia porta in grembo. Una spirale caotica che si interrompe bruscamente quando Betty decide di far arrestare tutti per costringerli ad un confronto forzato che porterà alla nascita del bambino e ad una riconciliazione generale. Il film si chiude, inaspettatamente, con un’ultima scena corale – a mò di titoli di coda – in cui tutti i protagonisti si lasciano andare, scatenandosi in una danza liberatoria.

Accostarsi a un’opera di questo tipo regala spunti di riflessione stimolanti, pur lasciando spazio a qualche perplessità legata soprattutto alla percezione stilistica. Da un lato, il tempo del racconto si sviluppa con una forte dilatazione nella prima parte, per poi subire un’accelerazione improvvisa nel finale: un epilogo quasi repentino che, nella sua velocità, rischia di disorientare lo spettatore, lasciando poco spazio alla decodifica emotiva prima di sfociare nella sequenza musicale conclusiva. Dall’altro lato, la convivenza di registri così distanti — la durezza del dramma familiare e la leggerezza tipica della commedia — rappresenta una cifra stilistica spiazzante. Probabilmente, la distanza culturale e la consuetudine con una certa tradizione cinematografica italiana possono far avvertire questo mix di toni come insolito o destabilizzante. Più che un limite dell’opera, firmata con delicatezza dalla regia, sembra trattarsi di un invito a esplorare codici narrativi differenti, in cui il confine tra il pianto e il sorriso si fa volutamente labile. Nel complesso, 3.0 kg di felicità si conferma un’opera coraggiosa che non cerca risposte facili, lasciando a chi guarda il compito di interrogarsi sui confini estremi dell’amore e del perdono familiare.

Michela Iuliani