Noi lo abbiamo scoperto in occasione del BIF&EST il marzo scorso, dove è arrivato dopo un importante percorso festivaliero. Parliamo di La Terra del Fuoco di  Hana Jušić che arriva in Italia dopo aver fatto tappa a Busan e Vancouver, São Paulo e Salonicco. Ma cominciamo dal prestigiosissimo Concorso Internazionale del Locarno Film Festival 2025, dove il riconoscimento per la migliore interpretazione è andato ex aequo a Manuela Martelli e Ana Marija Veselčić, due corpi attoriali che si fronteggiano per tutto il film come due lame incrociate. Da lì il film di Hana Jušić ha cominciato un giro del mondo raccogliendo per strada un premio per la migliore attrice a Manuela Martelli al Thessaloniki International Film Festival, lo Special Award for Promoting Gender Equality al Sarajevo Film Festival, e, tornato a casa in Italia, come anticipavamo, il Premio Meridiana per il Miglior Contributo Artistico al BIF&EST di Bari 2026. Non è il percorso di un film qualunque: è la traiettoria di un’opera che i festival hanno riconosciuto, con una straordinaria rapidità, come una delle voci più radicali e mature del cinema d’autore europeo di questa stagione.

Con questa curiosità siamo entrati in sala, dove il film prende ovviamente un altro respiro rispetto al presskit consegnato dall’ufficio stampa. Ed è così che lo sguardo si apre su una terra pietrosa, ostile, che sembra non aver concesso nulla a nessuno da secoli: le montagne aspre della Croazia meridionale, fotografate da Jana Plećaš con una luce che non concede requie, mai calda, mai consolatoria. In questo paesaggio l’incontro fra due donne, due volti scavati dalla stessa luce dura quasi primordiale. Per prima arriva lei, Teresa, una donna venuta dal Cile, con addosso il lutto e una storia che nessuno può verificare: dice di essere la vedova di un pastore emigrato oltreoceano e mai più tornato. Da qui in avanti il film non fa un solo passo falso nel costruire la tensione: non ci sono colpi di scena urlati, non ci sono spiegoni, c’è solo l’arrivo di un corpo estraneo dentro un organismo chiuso e la reazione lenta, quasi biologica, di quell’organismo che comincia a rigettare, o forse a desiderare, l’intrusione. Sospetti che filtrano nei gesti minimi, desideri trattenuti che si leggono nelle spalle più che nei volti, tensioni che covano sotto ogni scena di lavoro nei campi, ogni cena consumata in silenzio.

Ed è qui che La Terra del Fuoco fa la mossa più intelligente e più rischiosa: rifiuta ogni retorica esplicita sul patriarcato. Non un discorso, non una battuta a tesi, non un personaggio che spiega agli altri cosa non va in quel mondo. Jušić lavora per sottrazione, costruendo un crescendo emotivo fatto quasi esclusivamente di sguardi spostati e di silenzi che pesano più di qualunque dialogo, perché il vero tema sepolto sotto la superficie del film è l’impossibilità stessa della comunicazione, un’ossessione che la regista dichiara centrale al proprio cinema, convinta che il linguaggio sia sempre, strutturalmente, inadeguato a dire ciò che davvero conta. Ed è proprio nella privazione dei mezzi convenzionali per esprimersi che Teresa riesce a vedersi, è proprio questa la parola che affiora nelle note di regia, con Milena e con Ilija: uno sguardo obliquo, spostato rispetto agli assi consueti dello sguardo maschile e dello sguardo sociale, che diventa l’unico varco possibile verso un contatto autentico, l’unico modo per due o tre persone di riconoscersi a vicenda in un mondo che non prevede altro riconoscimento se non quello della proprietà e dell’appartenenza.

E qui il suono si fa personaggio quanto le attrici. La colonna sonora firmata da Stavros Evangelou, Iris Asimakopoulou e Vasilis Chontos non illustra: sospende. Ispirandosi alle sonorità analogiche della kosmische musik degli anni Settanta, le texture elettroniche costruiscono un tempo doppio, un tempo che non è più storico ma non è ancora mitico, uno spazio intermedio in cui il racconto di inizio Novecento smette di essere confinato in un’epoca precisa e comincia a somigliare a una leggenda che si ripete. Dentro questa sospensione, il flauto, la voce più antica, più terrena, ancora la musica al paesaggio, riporta la partitura dentro le tradizioni musicali balcaniche, e apre un dialogo continuo tra ciò che è familiare, riconoscibile, quasi rassicurante, e ciò che resta enigmatico, sfuggente, non addomesticabile. È una colonna sonora che non commenta le immagini: le abita, come una presenza invisibile che modella silenziosamente l’universo emotivo del film, esattamente come dichiarano i suoi autori.

Sarebbe un errore, però, leggere La Terra del Fuoco soltanto come un dramma in costume elegantemente confezionato. Sotto il costume, sotto la ricostruzione d’epoca meticolosa firmata da Laura Boni per la scenografia e da Katarina Pilić per i costumi, batte un cuore ferocemente contemporaneo: il film interroga non tanto il patriarcato in sé, argomento già ampiamente masticato dal cinema recente, quanto la possibilità stessa, per le donne relegate ai margini di quel mondo, di immaginare un’esistenza diversa da quella prescritta. È un margine che diventa, paradossalmente, l’unico luogo da cui si può ancora “fare la linguaccia” a un ordine che sembra incontestabile: un gesto minimo, quasi infantile nella sua formulazione, eppure carico di tutta la carica sovversiva che il film sa mettere in scena senza mai alzare la voce.

Alla fine resta la sensazione di aver assistito a una forma di resistenza silenziosa, obliqua, che rifiuta la scorciatoia del manifesto e sceglie invece la via più lunga e più vera dello sguardo che si sposta, del gesto trattenuto, della musica che sospende il tempo. Hana Jušić prende una storia ambientata all’alba del Novecento e la trasforma in un discorso durissimo sull’appartenenza, sul possesso, sulla necessità, per chi vive ai margini, per chi non ha altro linguaggio che quello del corpo e del silenzio, di trovare, anche solo per un istante, un modo per salvarsi a vicenda. Perché in quella terra bruciata e primordiale, come recita il titolo stesso nella sua versione originale, è fin troppo chiaro che Dio non interverrà.