Avevamo già seguito Carla Magnoni quando aveva pubblicato il videoclip di due brani del suo album Quello che resta, e quella visione ci aveva lasciato una traccia. Ritrovarla adesso in scena, con uno spettacolo che porta altri brani oltre a quelli già noti, è stata una bella sorpresa, e non solo per chi, come noi, la segue da un po’.
Pelle Sottile, andato in scena il 28 marzo al Teatro degli Avvaloranti di Città della Pieve, è uno di quegli spettacoli che fanno pensare immediatamente a una struttura cinematografica: episodi distinti, ognuno con il suo ritmo, il suo climax, la sua risoluzione emotiva. Carla Magnoni non canta e basta: costruisce sequenze. Le canzoni si alternano a testi di prosa che fungono da raccordi narrativi, quasi delle scene madri tra un atto e l’altro.
L’allestimento è volutamente minimale – piano, batteria, chitarra e violoncello, con Valter Sacripanti, David Pieralisi e Giuseppe Tortora in un perfetto lavoro d’ensemble – eppure questo rigore scenico non svuota la scena, anzi la concentra. Come in certi film a basso budget dove la forza sta tutta nella scrittura e nelle performance, qui è la parola cantata e parlata a fare tutto il lavoro.
Difficile non pensare a un film di episodi guardando la struttura dello spettacolo: l’Ombrello di Sapone, in cui una storia d’amore viene raccontata attraverso l’immagine di due tubetti di bolle di sapone, ha la precisione di una sceneggiatura. “Dimmi la cosa che ti piace di più” – “Facile. Fare le bolle di sapone.” È il tipo di dialogo che in un film ti rimane in testa.
Poi arriva il Museo dei Cuori Infranti, ispirato all’autentico Museo delle Relazioni Interrotte di Zagabria, e qui la Magnoni fa una cosa cinematograficamente ambiziosa: trasforma un luogo reale in uno specchio narrativo, una gallery di oggetti che raccontano la fine degli amori come solo gli oggetti sanno fare. La mattonella comprata in Messico, il modem con la didascalia Non sempre c’è connessione: oggetti che diventano personaggi.
Il pezzo forte sul piano drammaturgico è Facciamo un viaggio, in cui lo spettatore viene invitato a immaginare di essere su un aereo diretto a New York l’11 settembre 2001. La canzone Cieli di settembre che ne segue porta in scena versi di devastante semplicità: “ti invio un messaggio registrato con un fil di voce… come è successo che questo Dio adesso vuole me?” Una sequenza che avrebbe la sua dignità anche su grande schermo.
Pelle Sottile è uno spettacolo che sa raccontare, con la musica come colonna sonora della vita reale. Da vedere, possibilmente più di una volta.
Francesco Ferri

