C’è qualcosa di profondamente cinematografico nella nascita di Crêuza de Mä Edizioni, qualcosa che precede persino i libri e si deposita direttamente nello sguardo: un progetto che prende forma all’interno di CDMLab e che, fin dall’origine, pensa per immagini oltre che per parole, immaginando l’editoria come un gesto espanso, ibrido, capace di attraversare linguaggi e superfici narrative senza mai irrigidirsi in un solo medium; l’eco del nome, che richiama Fabrizio De André, non è solo omaggio ma dichiarazione di poetica, perché qui la parola è già suono, visione, corpo, e soprattutto relazione con il reale, con quella tensione verso storie trasformative che diventano materia viva, quasi montaggio in potenza, e in questo senso l’indipendenza editoriale non è un’etichetta ma una postura, una scelta di campo, una libertà strutturale che permette al progetto di costruire un linguaggio proprio, in continua mutazione. Dentro questo dispositivo prende forma Dio al mio angolo di George Foreman, primo titolo della collana Ostinati e contrari, e sin dalle prime pagine è evidente come il libro non si limiti a raccontare ma organizzi la materia come una sceneggiatura implicita, una progressione drammaturgica precisa, scandita in atti, svolte, ritorni, con una tensione interna che appartiene più al cinema – il nostro lettore sa oramai che sono fattori a cui prestiamo particolare attenzione – che alla biografia tradizionale, come se ogni capitolo fosse già una sequenza pronta a essere girata, con il corpo di Foreman al centro dell’inquadratura, prima massa compatta e distruttiva, poi figura in crisi, infine presenza trasformata, quasi riconfigurata da una luce diversa. È un racconto, non a caso, frutto della memoria del suo stesso autore, il massiccio e possente George.

Il primo atto è puro movimento, energia che non conosce misura, la vita di strada e il ring come spazio chiuso ma infinito dove la violenza diventa linguaggio e identità, e la macchina da presa sta addosso al corpo, segue il respiro, amplifica l’impatto, costruisce un’immagine totale del campione; poi il ritmo cambia, si incrina, arriva la sconfitta contro Muhammad Ali come punto di rottura narrativa; e il secondo atto si apre su una crepa, una discesa, un rallentamento improvviso in cui il montaggio si fa più rarefatto, quasi sospeso, fino al collasso del 1977 che funziona come una vera scena di passaggio, un buio che non è solo fisico ma simbolico, soglia tra due identità inconciliabili; da lì il film interiore cambia genere, abbandona il racconto sportivo e si avvicina a una dimensione spirituale, con un terzo atto che è trasformazione, sottrazione, ricostruzione di senso, fino al ritorno inatteso sul ring, che non è più arena di affermazione ma spazio funzionale a un progetto altro, e infine il colpo di scena, quasi impossibile, la riconquista del titolo a 45 anni, che nel linguaggio cinematografico suona come un finale che ribalta le aspettative ma resta coerente con tutto ciò che è stato seminato prima.

È qui che il libro mostra la sua forza visiva implicita: non descrive soltanto, ma suggerisce immagini, costruisce scene, lascia intravedere movimenti di macchina, ellissi, raccordi, come se la scrittura fosse già un montaggio latente: un po’ come in quei racconti back and forth che sostanziano tanto del cinema e delle serie tv dei nostri giorni. Diciamocelo, Dio al mio angolo è un libro che si fa leggere velocemente ma che conserva le impurità linguistiche del racconto autobiografico di un uomo che certo non nasce letterato. Ma certe ingenuità si perdonano e si dimenticano grazie alla potenza di quella storia e di quell’anima.

L’operazione editoriale trova una sua naturale espansione, e non è un caso, nel cortometraggio Aurora di Edoardo Fantini, che non si limita ad accompagnare il testo (esiste infatti un QR inquadrando il quale è possibile raggiungere questo contenuto integrativo). ma lo prolunga, lo rifrange, lo traduce in un altro corpo linguistico; Aurora è un racconto autonomo, ambientato in un contesto periferico e attraversato da due traiettorie femminili divergenti, dove la boxe diventa dispositivo simbolico, disciplina che organizza il caos, risposta possibile alla frustrazione, e il fatto che gli interpreti siano ragazzi del territorio, non professionisti, introduce un livello di verità che sposta ulteriormente il baricentro del progetto verso una dimensione performativa, quasi documentaria. Eppure, il dialogo tra libro e cortometraggio non è accessorio, non è un contenuto extra da consumare a margine, ma parte integrante della struttura: e il QR code, in qualche modo, diventa un taglio di montaggio che porta lo spettatore-lettore da una forma all’altra, ridefinendo il concetto stesso di libro come oggetto chiuso e autosufficiente, trasformandolo in un dispositivo aperto, attraversabile, dove il racconto si distribuisce su più piani e più tempi di fruizione, e dove la messa in scena non è solo quella evocata dalla scrittura ma anche quella concretamente realizzata, condivisa, vissuta. Un’idea potente e, anche se non del tutto nuova, estremamente affascinante.

Da uno sguardo abituato a muoversi tra cinema e arti performative, la coerenza del progetto – va detto – è forse l’elemento più sorprendente: ogni scelta, dalla linea editoriale alla produzione audiovisiva, dalla centralità delle storie vere alla costruzione di una filiera locale di giovani coinvolti nei processi creativi, risponde a un’idea precisa di narrazione come pratica incarnata, come esperienza che non si esaurisce nel testo ma continua nel fare, nel mettere in scena, nel creare comunità attorno alle storie. La nascita di Crêuza de Mä Edizioni assume un valore che va oltre il singolo titolo o la singola collana: è l’emergere di una realtà capace di muoversi tra media diversi senza perdere identità, di costruire un modello narrativo contemporaneo in cui una storia come quella di Foreman trova una nuova forma, sospesa tra pagina e schermo, tra parola e immagine, tra racconto e gesto, come un film che continua a girare anche dopo essere finito.