Tornato a furor di popolo a indossare i panni di Giulio Cesaroni nella fiction omonima, Claudio Amendola si crogiola in un misto di entusiasmo e nostalgia, coccolato dai tantissimi fan accorsi a festeggiarlo al Teatro Palladium della Garbatella, a Roma, per la presentazione del nuovo capitolo.
In onda in prima serata su Canale 5 dal 13 aprile, I Cesaroni – Il ritorno arriva a dodici anni dall’ultima stagione e stavolta Amendola ne cura pure la regia: «Per farlo mi sono ispirato al lavoro di chi mi aveva preceduto – racconta – senza cercare effetti speciali, ma solo provando a raccontare quelle storie e quei sentimenti che tanto sono piaciuti al pubblico».
La città, però, così come la società, sono molto cambiate da allora: «La tecnologia è molto più diffusa, ma noi siamo sempre quella famiglia della Garbatella col medesimo modo di affrontare la vita. Per esempio, il mio Giulio non andrebbe mai a protestare per una nota presa dal figlio come fanno tanti genitori di oggi».
E la Garbatella, quartiere tipico e amatissimo della Capitale che I Cesaroni hanno contribuito a far conoscere, quanto è cambiata? «La Garbatella resta un’isola felice con i suoi edifici bassi che raccontano Roma come pochissimi altri luoghi. Certo, la bottiglieria della famiglia Cesaroni non funziona più, tanto da essere stata convertita in un ristorante, ma lo spirito del clan è quello di un tempo».
E la famiglia è sempre più allargata: «Proprio così e ne parlo a ragion veduta, visto che di famiglie allargate ne so qualcosa: è da tre generazioni che i nostri matrimoni, quelli degli Amendola, intendo, finiscono (ride, ndr). Sono cresciuto con compagni di mia madre e compagne di papà che andavano e venivano, ma ho sempre ricevuto da tutti un amore smisurato. Giudico le famiglie dalla quantità di affetto e comprensione che sono in grado di assicurare, a prescindere dal grado di parentela. Rispetto quelle tradizionali, ma sono convinto che i nuclei familiari con genitori dello stesso sesso siano altrettanto capaci di crescere figli e dare amore».
Il successo di questa serie tanto romana è andato ben oltre i confini dell’Urbe, perché?: «Ne discutevamo sin dall’esordio col produttore Carlo Bixio, scomparso nel 2011 e che mi piace ricordare. Abbiamo raggiunto il successo nazionale perché abbiamo puntato su situazioni e storie riconoscibili, in cui chiunque, del Nord, del Centro o del Sud, si potesse immedesimare».
In questo nuovo capitolo non pare esserci l’ossessione del politicamente corretto che affiora nei prodotti audiovisivi. «Non volevamo inserire per forza qualcosa, non era una priorità. Quanto a temi delicati c’è il personaggio di Olmo, ragazzo neurodivergente interpretato da Andrea Arru (già nel cast del film Il ragazzo dai pantaloni rosa, ndr) che ha come insegnante di sostegno Mimmo, mio figlio minore nella serie, interpretato da Federico Russo. È un modo per abbattere i pregiudizi su questi giovani speciali e sulla loro peculiarità».
In definitiva per quanto tempo ancora intende indossare i panni di Giulio Cesaroni? «Vi dico solo che se dipendesse da me lo farei diventare bisnonno».
E a giudicare dalla passione che ci mette, c’è da scommettere che Amendola & co. non avranno difficoltà a realizzare il loro sogno, Garbatella permettendo.

