Con un certo ritardo eccomi a commentare finalmente un grandissimo film italiano.
(di Giorgio Cavagnaro) La Grazia è un film di rara intensità, costruito in modo esteticamente vicino alla perfezione, ma soprattutto toccante e profondo, nel suo analizzare tutti i risvolti legati alla domanda che prima o poi ogni essere umano si trova a dover fronteggiare, e cioè: “Di chi sono i tuoi giorni?”.
Domanda ovvia, potrebbe dire chi ritiene il film centrato sul tema dell’eutanasia.
Ma in realtà La Grazia tocca molti altri argomenti, per esempio l’importanza cruciale del dubbio. E l’esigenza impellente, soprattutto in una vita vissuta ai vertici dell’impegno civile, di salutari iniezioni di leggerezza rigenerante. La commozione che, lo confesso, ho provato a più riprese durante la visione, è perciò di tipo diverso, più raro. Per intenderci, non ha a che vedere con il moto naturale che una storia “commovente” (un bimbo che muore, un amore sfortunato, una tragedia collettiva) se ben raccontata, è in grado di suscitare.
Si tratta infatti, questa è la mia modesta opinione, di un sentimento “corale”, legato a una straordinaria rappresentazione della condizione umana, cioè della storia di tutti noi.
Viene quasi da pensare ad Albert Camus, alla sua personale filosofia “assurdista”, al conflitto tra la ricerca incessante di un significato per la vita e la consapevolezza di non trovarne alcuno.
Ogni personaggio, anche minore, del film, ed è questo il suo vero segreto, nasconde a modo suo la profondità che la razza dei viventi sembra aver perduto nelle cronache di ordinaria disumanità che siamo abituati a leggere nel quotidiano. Un cavallo, un automa creato forse dall’intelligenza artificiale, un autore di musica incomprensibile ai più, un gruppo di alpini, un generale, un corazziere. Due condannati all’ergastolo in attesa di grazia. Viene da dire perfino un politico, per di più Presidente della Repubblica, riconosciuto e di conseguenza amato dal popolo per l’esercizio del potere rigoroso, ma fedele a un ideale di giustizia uguale per tutti. Un Papa decisamente fuori ordinanza e un astronauta triste, punti di riferimento per una possibile leggerezza futura, forse addirittura un amore nuovo, ritenuto off limits a causa di antiche pene.
E poi una figlia, così simile ma anche così capace di instillare nel presidente-padre, cunctator all’eccesso, il vizio essenziale del Dubbio.
Accanto al mattatore Toni Servillo giostrano, del tutto adeguatamente, Anna Ferzetti, la figlia; Massimo Venturiello, ambizioso amico-rivale; Milvia Marigliano, amica vera incontenibile e spassosa quando serve. Insieme a tutti gli altri, tutti all’altezza del Presidente.

