La presentazione di PERSO[A]NOMALIA all’Istituto Polacco di Roma, nello storico palazzo di via Vittoria Colonna, ha assunto fin da subito il carattere di un incontro tra sensibilità artistiche e memorie profonde. Le sale dall’atmosfera antica, illuminate con discrezione, hanno accolto il docu-film di Stefano Scialotti come si accoglie un racconto che arriva da lontano: con attenzione, con silenzio, con la consapevolezza che ciò che sta per essere mostrato non è soltanto una mostra documentata, ma un attraversamento sensibile del tempo e delle sue tracce.
Il film dedicato alla mostra di Robert Kusmirowski, PERSO[A]NOMALIA. La vita immortale degli oggetti, prende avvio nel luogo forse più simbolico della memoria italiana: il Museo per la Memoria di Ustica. Tra i frammenti del DC9 Itavia e l’installazione di Christian Boltanski, dove le luci si accendono in ricordo delle vittime e le voci sussurrano frammenti di quotidianità, Scialotti costruisce un incipit che è più di un contesto: è una soglia emotiva. Qui la storia si fonde con l’arte, e il dolore si traduce in materia, luce, vibrazione. Il regista compie un gesto di grande delicatezza: non impone un ritmo, non interpreta in maniera didascalica, non forza la narrazione. Si affida invece al potere dei luoghi, lasciando che siano le immagini e i suoni, spesso appena percettibili, a guidare lo spettatore.
È un approccio che rispecchia perfettamente la poetica di Kusmirowski, l’artista-portiere, come lui stesso si definisce, custode di ciò che la società abbandona. Nelle sue parole, che Scialotti inserisce con pudore e precisione, si intuisce un rapporto intimo con gli oggetti: non reperti né curiosità, ma presenze. Ogni oggetto è una storia trattenuta, una minuscola sopravvivenza che chiede di essere ascoltata. La musica originale composta dallo stesso Kusmirowski — lenta, materica, carica di risonanze — diventa parte integrante del racconto filmico. Scialotti la lascia scorrere come un ritmo segreto, capace di dare corpo al tempo e di rendere percepibile l’usura, la fragilità, il respiro silenzioso delle cose.
La regia si distingue per un rispetto profondo nei confronti della materia filmata. I piani sequenza, i dettagli insistiti, le inquadrature che sembrano rallentare per non perdere nulla del gesto o della superficie, costruiscono un linguaggio che non racconta semplicemente una mostra, ma ne prolunga la vita. Scialotti non utilizza una voce narrante, e questa scelta amplifica la natura contemplativa del lavoro: il film diventa così un luogo dove sono gli oggetti, e le persone che li attraversano, a prendere parola. Le brevi interviste a Kusmirowski, a Lorenzo Balbi, a Marinella Paderni e a Maurizio Marzadori costruiscono un controcanto misurato, un coro discreto che sostiene la riflessione senza mai sottrarre spazio alle immagini.
Il viaggio del film prosegue poi verso Bologna, nei magazzini di Freak Andò, il regno di Marzadori, dove il passato sembra aver trovato un rifugio naturale. Qui Scialotti filma l’incontro tra l’artista e l’antiquario come un momento di riconoscimento reciproco: due collezionisti di memorie che, pur provenendo da percorsi diversi, vedono negli oggetti la stessa scintilla. Le parole di Marzadori — quando racconta di aver compreso subito, dallo sguardo di Kusmirowski, che “qui aveva già trovato tutto” — diventano una delle confessioni più intense del film, quasi la dichiarazione di un destino condiviso.
Il docu-film si conclude infine a Lublino, nello studio-magazzino dell’artista, un luogo che sembra trattenere ogni respiro del passato. Qui Scialotti ritrova la dimensione più intima di Kusmirowski, quella in cui l’accumulo non è disordine ma archivio, rifugio, eco. Le immagini scorrono lente, come se il regista avesse deciso di lasciare a questo spazio il compito di chiudere il cerchio: dopo Ustica, dopo Bologna, dopo il MAMbo, è qui che tutto ritorna, qui che gli oggetti rivelano il loro nucleo più fragile e più vivo. A Lublino il film si dissolve quasi impercettibilmente, come se non potesse davvero finire, perché la memoria degli oggetti — quella che Kusmirowski custodisce e che Scialotti ha saputo trasformare in cinema — non conosce conclusione.
Con PERSO[A]NOMALIA, Scialotti firma un’opera che non osserva soltanto, ma ascolta. Il suo film restituisce allo spettatore la possibilità rara di percepire l’immateriale: il tempo, l’assenza, il fragile miracolo di ciò che continua a esistere anche quando sembra perduto. Una sinfonia visiva e sonora che, nella cornice preziosa dell’Istituto Polacco di Roma, ha trovato la sua risonanza naturale.

