La Toast Records, una delle prime etichette indipendenti fondamentali nella storia della nostra musica giovane e alternativa, compie 40 anni. L’ha creata Giulio Tedeschi. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la storia sua e dell’etichetta.

(di Renato Marengo) Giulio, ci conosciamo da quasi mezzo secolo e ci siamo incrociati tante volte nel corso delle nostre avventure musicali ed editoriali, dai palchi underground a quelli del Primo Maggio, dai programmi più ribelli in Rai a Ciao 2001, sui palchi del MEI, Fnac e in tanti eventi a Roma, Torino, Milano. Sei uno dei più interessanti operatori culturali nel nostro universo rock e d’avanguardia: mi farebbe piacere che ti raccontassi ai nostri lettori, che oltre che di immagini si nutrono come noi di buona musica.
Sono nato sotto il segno del Leone a Piacenza, nel 1952. Asilo e i primi anni delle
elementari dalle suore dell’Ardenza, in fondo (allora) a Livorno. A nove anni a
Palmanova iniziai a fornire al mio vicino di banco a scuola un mio giornalino
scritto a mano su un foglio a quadretti grandi. L’esperimento fallì al terzo numero
quando il ragazzino declinò l’offerta del nuovo numero, per mancato interesse.
A 12 anni vivevo a Foligno e probabilmente influenzato dai classici francesi e russi
scovati nella biblioteca di famiglia tentai la via del romanzo storico. Ambientato in
Romagna nell’Ottocento, avrebbe dovuto descrivere le mirabolanti avventure di un
brigante senza paura. Una specie di Fra Diavolo. Non superai mai la decima pagina.
Alla vigilia del quattordicesimo anno, nell’agosto del 1966 scoprii la fantascienza
sulla spiaggia di Senigallia sotto forma di un numero di Urania seppellito
sotto il nostro ombrellone nella sabbia. Io, steso, annoiato vicino alla sdraio mentre i genitori, con
le mie sorelle pranzavano in albergo. Era il periodo in cui avrei desiderato diventare, da
grande, ufficiale di marina. A sedici anni ero un simpatizzante maoista, sentivo nel
piccolo giradischi di casa Bob Dylan e Fabrizio De André, mi imbattevo in Allen
Ginsberg, che mi rafforzò l’amore per la poesia e iniziai a esplorare la controcultura.
L’anno dopo incontro a Spotorno Carla e due anni dopo a Torino, diventammo i genitori
di un frugoletto battezzato Allen.

Giulio, quest’anno celebri i 40 anni di Toast Records, etichetta “d’assalto” con la quale hai dato spazio a tanti artisti emergenti, molti dei quali, pur mantenendo le loro prerogative sperimentali e d’avanguardia “sono emersi”. Raccontaci l’avventura della tua Toast sin dalla nascita.
Come mi ricordi (ma come potrei dimenticarlo?) quest’anno Toast Records compie
40 anni di attività. Cos’è Toast? Un progetto nato per continuare l’esperienza
della Meccano, punk label che avevo creato per supportare il progetto di un
giovinetto quasi ventenne che si faceva chiamare Johnson Righeira, amante
dei nuovi suoni che stavano iniziando a impazzare in Occidente. Era la fine
dell’anno di grazia 1978 e subito dopo progettammo un 45 giri, “Bianca Surf”.
Toast Records, arrivata come idea dalle parti del 1984 (e ufficializzata l’anno
dopo), si era prefissata sin da “neonata” di produrre, distribuire e promuovere
musica italiana alternativa, con forte attitudine underground. Missione che abbiamo
mantenuto intatta fino a oggi. Fu gioco facile, per noi entusiasti, mettersi da
subito in prima fila. Aprimmo, con un capitale iniziale di ben 500mila lire tonde
tonde. Cifra modesta, quasi ridicola allora e ancor più oggi nel ricordarla. Io,
Carla e cinque soci che si persero per strada nel tempo. Sede e magazzino in una
stanza che dava direttamente su un cortile del quartiere torinese denominato Cit
Turin. Una scrivania, due scaffali e un telefono. Spartani ma scatenati e
vogliosi di scavalcare le “montagne”. Come vicino, lo studio megagalattico di
un noto artista pop, Ugo Nespolo: il gigante e i bambini. Mi sentivo un veterano. In fondo ero in movimento dal 1970 e avevo accumulato una certa esperienza come editore cartaceo alternativo, produttore discografico radicale e organizzatore di eventi culturali e musicali svariati, che mi portarono a
possedere una rete di contatti utilissimi che spaziavano molto verso l’estero, Stati
Uniti e Francia in particolare. Il mio vissuto e la mia personale ideologia diede a me
e a cascata alla Toast una piega inevitabile: collaborare con molte situazioni e stimolare
e diffondere in Italia uno spirito indipendente che era ancora sotto traccia, agevolando
la crescita di progetti al di fuori del circuito commerciale gestito in campo musicale
esclusivamente dalle major. Mettere in atto una spinta dal basso, democratica e
anti-autoritaria basata sulla strategica collaborazione tra varie arti (musica, poesia,
grafica), questo era lo scopo. Ai vari strumenti tradizionali citati, abbinammo forti
rapporti con la rete radiofonica “libera”, in forte crescita in quel periodo e l’utilizzo
dei palchi live, molte volte anche improvvisati, dove far esibire le nuove e giovani
espressioni da noi scovate o supportate. Tutto questo si sviluppò di pari passo alle
produzioni discografiche targate Toast, che ebbero da subito una risposta molto positiva,
fornendo “benzina” essenziale a quello che stavamo costruendo e rafforzando. Devo
riconoscere che la porzione di mondo dove agivamo non sempre fu tenera con le nostre
scelte che andavano spesso a scontrarsi con le cautele tipiche dell’italiano medio, propenso
all’attitudine clientelare e a coltivare protezione e “amicizie” per puro ed egoistico
interesse. Ma ero anche consapevole che queste difficoltà sarebbero state superate dal
lavoro attento e creativo che mettevamo in atto. Le consideravo un inevitabile rito di
passaggio per raggiungere mete concrete. Anche se le difficoltà non sono mai mancate e
continuano a essere presenti.

La Toast è nata già dai tempi delle cassette audio poi dei cd, oggi ripropone sue produzioni storiche anche in vinile, ma hai allargato i tuoi interessi anche all’editoria, con premi letterari e collane dedicate ai poeti nel mondo.
Il bello di Toast Recodrs è sempre stata la tendenza a essere palestra per esperimenti
e ricerche, evitando la chiusura in un ghetto di suoni specifici, ma rimanendo aperta
agli stimoli più vari. I corridoi di Toast sono stati calpestati nel tempo da suoni
rock, blues, beat, psycho e dalla canzone d’autore, dal r’n’r, dalla new wave, dallo
ska, dal prog e persino da qualche vagito rap. Inoltre, una carta vincente fu ed è
stata quella di avere il controllo, in certi casi anche pedante, della produzione
artistica ed esecutiva e conseguentemente della distribuzione e della promozione. Per
questo motivo non abbiamo mai collaborato con entità discografiche maggiori ma abbiamo
sempre e caparbiamente affrontato il mercato e il mondo con le nostre uniche forze.
Questo atteggiamento ha prodotto anche immaginabili difficoltà, ma a distanza di tempo,
siamo, nonostante tutto, ancora qui a rompere le scatole. In questo lungo periodo, la
tecnologia e lo stile della comunicazione sono cambiati radicalmente. Siamo passati volando dalla cassetta, al vinile, e poi dal cd al downloading e ci siamo incontrati e scontrati con
la micidiale forza della rete. Abbiamo dato il via a band come Afterhours e Statuto,
battezzato a nostro modo progetti come Gang e JoJo Mundi, agevolato la nascita di
personaggi come Manuel Agnelli e Max Casacci, fatto risorgere il beat italiano con
Avvoltoi e Barbieri, supportato il MEI e co-fondato AudioCoop, collaborato con FNAC
Italia, organizzato contest, rassegne e festival (vedi “Wanted Primo Maggio” e “Attentato
alla Musica”), archiviato in ottica enciclopedica la scena musicale nazionale con
l’audio-rivista Punto Zero, ideato riconoscimenti come il “Premio Toast” dedicato alla
musica strumentale italiana e il “Premio Macchina Da Scrivere”. Un mix di esperienze,
affrontate spesso con vis polemica e incoscienza “sbarazzina” per arrivare a oggi.
Sani e salvi (o quasi), mantenendo vivi gli ideali che ci hanno visto nascere con il
perenne richiamo della foresta targato underground. Io, fra tanta musica, sono riuscito
a lasciar spazio anche al mio amore di sempre, la poesia, edito e curo senza fini di
lucro dal 2019 “Americans and Others” Anthology. seguendo il progetto Camion Press,
diretto alle molte voci della poetica neo-beat internazionale. Qualcuno avrebbe il
coraggio di definirlo il riposo del guerriero? Io no.






