Tra i film in rassegna alla Festa del Cinema di Roma 2025 c’è anche il documentario di Daniele Ciprì, con un’intensa intervista a monsignor Rino Fisichella.

Fra i tanti titoli nel programma della Festa di Roma, ce n’è uno che desta particolare curiosità ed è Pontifex – Un ponte tra la misericordia e la speranza, diretto da Daniele Ciprì.

Nel cuore del nostro tempo – attraversato da crisi di senso, individualismo e un’incalzante sfida fra tecnologia e umanesimo – nasce Pontifex, un docufilm che si propone come occasione di riflessione collettiva, dialogo aperto e riscoperta spirituale. Lo spirito che accompagna questo progetto è legato a un percorso di riflessione che aiuta a comprendere il significato cristiano dei due momenti storici che, a cavallo dell’ultimo decennio, hanno trovato la loro consacrazione nel Giubileo Straordinario della Misericordia del 2016 e nel Giubileo della Speranza del 2025. L’impegno è quello di comunicare la portata straordinaria di questi eventi, che sono presentati dagli autori intorno a temi chiave universali, in modo da parlare tanto ai credenti quanto ai non credenti: la Speranza, la Misericordia, la Verità, la Libertà, il Silenzio, la Bellezza e la Responsabilità dell’Uomo nel mondo contemporaneo.

Nel progetto, il fulcro del racconto è l’intensa intervista a monsignor Rino Fisichella (sotto) che, con un linguaggio essenziale ma profondo, affronta alcune delle domande fondamentali del nostro tempo. Dove cercare la verità oggi? Cosa resta dell’Uomo senza relazione, senza spiritualità, senza speranza?

A queste domande, monsignor Fisichella risponde non con dogmi, ma con la chiarezza della fede che dialoga, mostrando come il Cristianesimo sia ancora oggi una chiave viva per interpretare il presente. La sua riflessione si intreccia con la narrazione simbolica e poetica della parte “fiction” del film: un incontro fra tre personaggi – la Speranza, il Suicida e il Mondo – che, attraverso un linguaggio evocativo, danno corpo al dramma e alla redenzione dell’animo umano.

Il documentario è impreziosito da immagini inedite dagli archivi della Santa Sede (Vatican Media) e dell’Istituto Luce, che raccontano i “Venerdì della Misericordia” voluti da papa Francesco, straordinarie visite a realtà marginali dove la fede si traduce in azione, abbraccio, presenza e vive nella forza del messaggio di Pace con cui papa Leone XIV ha dato impulso al suo magistero.

Attraverso un linguaggio visivo potente – grazie alla regia visionaria e intimista e alla fotografia di Daniele Ciprì e con il contributo artistico di Rossella Brescia e Cesare Bocci (nella foto in alto) – il docufilm restituisce un affresco coinvolgente, dove i monumenti sacri di Roma si alternano agli spazi dell’anima in una combinazione sorprendente interpretata dalla scenografia di Marco Dentici, in cui la fisicità degli spazi si intreccia con la suggestione delle immagini create con tecniche magistrali e qui il Giubileo si fa esperienza collettiva e la Porta Santa diventa simbolo di passaggio, di rinascita: il ponte di transito della Speranza per il Mondo.

Il progetto è stato ideato per affrontare temi centrali per la comunicazione ed è costruito per mettere al centro il dialogo, rilanciare i contenuti emersi per aprire spazi di confronto attorno ai valori fondanti dell’esistenza, oggi troppo spesso messi in discussione o dimenticati.

In un tempo di fragilità diffusa, Pontifex non pretende di fornire risposte assolute, ma di alzare il sipario sulle grandi domande dell’umanità, invitando ciascuno a un cammino personale e collettivo verso la riscoperta della propria relazione con Dio, con gli altri, e con se stesso.

In fondo, come ci ricorda monsignor Fisichella: «Ogni nuovo giorno inizia accompagnato dalla Speranza».

DANIELE CIPRI’, REGISTA

Abbiamo intervistato il regista Daniele Ciprì, noto per i suoi film molto particolari, che si confronta  questa volta con tematiche certamente nuove per lui.

Come ti sei sintonizzato nel clima di questo film così lontano dal tuo cinema?

Partiamo dal presupposto che questo lavoro mi è stato proposto e che ho ben accettato anche in considerazione di cosa sta succedendo nel mondo e soprattutto per le dichiarazioni di monsignor Fisichella, che ci ha trasmesso nel suo intervento il valore della riflessione. Spero di aver fatto un lavoro che faccia riflettere anche le persone che vedranno il film. Si, è vero, chi conosce il mio cinema, a partire da quello realizzato con Maresco, potrà restare sorpreso nel vedere questo lavoro che si misura con i grandi temi quali la spiritualità, la misericordia e la speranza. Ci sono momenti in cui un artista riflette su di sé per capire lo stato d’animo dell’umanità alla deriva.

Pontifex è un cosiddetto film di “parola” ma anche fortemente caratterizzato dalla suggestione delle immagini, come hai operato in questo senso

Ho avuto bisogno di una squadra che mi garantisse di raggiungere la qualità visiva di quei principi che tutti insieme ci eravamo prefissati, a partire da Arnaldo Colasanti, bravissimo scrittore e storico dell’arte, che ha scritto il testo che ho cercato di “materializzare” sul piano cinematografico. Ho avuto bisogno di autori come lo scenografo Marco Dentici, che oltre alle location ha proposto con le sue video-creazioni la cifra estetica strettamente aderente alla mia linea di regia

Come definiresti la mission di questo film e cosa vorrebbe comunicare al grande pubblico?

Il film, oltre agli aspetti appena elencati, dovrebbe indicare al pubblico non solo di prendersi qualche pausa per riflettere, ma anche di impadronirsi del valore del silenzio, dell’ascolto. Questo è uno dei punti che più mi ha colpito dell’intervista di Fisichella. Ascoltare, sforzarsi di sentire l’altro. Pontifex è un film sulla riflessione in un momento in cui siamo prigionieri di accadimenti folli, che non ci appartengono, come quello di uno che decide di lanciare una bomba e uccidere dei bambini, distruggere un territorio e impadronirsene.

Lungo l’attività di un autore c’è sempre un momento di cambiamento, di svolta, di ricerca, per poi magari tornare al proprio stile o alla propria visione di cinema. Questo film segna  per te un momento di svolta?

L’ho accennato all’inizio, ho apprezzato molto la proposta di questo film che mi è stata fatta dal produttore, che devo ringraziare per avermi dato questa possibilità e anche la responsabilità di realizzarla. Certo, io sono un regista dell’immaginario, del grottesco, ma questo film mi ha fatto crescere e forse sono pronto ad affrontare altri viaggi nel cinema. Pontifex non è un film, però è qualcosa che ha la forma di un film in cui parola e visioni esprimono concetti del reale nell’immaginario.

LA VISIONE DI MARCO DENTICI

Marco Dentici, uno dei nostri più affermati scenografi cinematografici, ci spiega la particolarità delle ambientazioni di questo docufilm.

Marco, ci puoi dire in che modo ti sei rapportato sul piano scenografico a questo film documentario, dove oltre alle immagini c’era da evidenziare concetti e pensieri?

Entrare nello spirito dello script non è stato facile, vuoi per la complessità dei temi e del taglio estetico della scrittura, vuoi proprio per la difficoltà di dare forma e materia ai pensieri, essendo questo film soprattutto un viaggio nella profondità del mistero intrecciato con certi principi esistenziali, nell’ancora della fede, del dubbio, della speranza. Mi sono affidato al significato delle parole, strumenti con i quali mi sono sempre rapportato nel mio lavoro di scenografo

Un viaggio per sua natura è fatto di una partenza e di un arrivo, quali sono stati i percorsi, le tappe su cui si è sviluppata la tua visione scenografica?

Certo, ogni viaggio è contrassegnato da una partenza, che sul piano della restituzione del pensiero in immagine è per me il momento più delicato. Alla fine sai come poter partire, ma devi sapere anche come dare corpo all’intero percorso fino all’arrivo. Ne abbiamo parlato a lungo con Daniele, col quale da anni condivido una speciale sintonia di vedute, e il risultato al termine delle nostre conversazioni ci ha portati a condividere le stesse considerazioni: non potevamo confezionare un vestito dalle linee convenzionali per questo film, piuttosto dovevamo elaborare una cifra estetica con cui rappresentare visivamente i pensieri. Ci sono stati di grande aiuto i concetti espressi da Fisichella nell’intervista.

Quale è stata la cifra di cui parli?

Il nucleo fondamentale della scenografia, oltre alle diverse location scelte dalla ricca gamma che offre una città come Roma, è costituito da una serie di video-creazioni che si interfacciano con i passaggi recitativi degli attori. Immagini in movimento proiettati su grandi superfici vibranti, filiformi e semitrasparenti impiantati in teatro di posa, che ci hanno consentito di dare forme e materia alla narrazione in maniera impalpabile e al tempo stesso concreta, se per concretezza s’intende l’inscindibilità del contenuto testuale recitato dagli attori dalla veste visivo-formale. 

Potremmo definirla dunque una tua scenografia virtuale. 

Non proprio. La scenografia virtuale si basa su altri concetti ed elaborazioni tecniche, io ho scelto di utilizzare quelli che sono considerati “vecchi sistemi”: semplici proiezioni e un utilizzo piuttosto massiccio di specchi. Nel nostro caso non era importante stabilire quale strumento tecnologico usare per cercare di creare suggestioni e temperature emotive. Certo, qualche intervento in post-produzione c’è stato, ma non ha riguardato integrazioni VFX o elaborazioni delle immagini scenografiche. Non sempre è necessario ricorrere agli effetti speciali visivi o all’ausilio dell’intelligenza artificiale per esprimere la tua visione.