Il Ladro di Stelle Cadenti, diretto da Francisco Saia, è un film che ha saputo colpirmi per il suo grande equilibrio. Da un lato ci sono elementi visivi surreali, che contribuiscono a portare lo spettatore in un’altra dimensione. Dall’altro c’è una profonda indagine della natura dei desideri e di quelle che sono le emozioni umane. Non è tutto: se osserviamo Il Ladro di Stelle Cadenti da un punto di vista tecnico non possiamo fare a meno di notare che si tratta di un lavoro decisamente curato e molto consapevole.
La regia di Francisco Saia si mantiene coerente con il suo tono fiabesco dall’inizio alla fine, riuscendo a dosare la malinconia che permea in più sequenze questo racconto. La regia di Saia non è fatta di eccessi, come movimenti di macchina troppo invasivi. Anzi, il regista lascia che a parlare siano le sue inquadrature, influenzate positivamente dalla qualità della fotografia. Non va dimenticato che si tratta di un’opera prima, e ciò aggiunge ancora più valore al lavoro di Saia, che ci ha così dimostrato di avere già tutto ciò che serve per riuscire a imporsi nella cinematografia italiana e non solo.
Bisogna soffermarsi sulla fotografia, che è uno dei grandi punti di forza de Il Ladro di Stelle Cadenti. Il lavoro è stato svolto con grande scrupolosità, e l’effetto è sotto gli occhi degli spettatori, con le scene che hanno un’estetica che oserei definire quasi pittorica. C’è stata grande attenzione sui colori, dimostrata dalla dicotomia tra il blu e il giallo. Sono i due colori simbolo di questo film, e il motivo è molto facile da spiegare: il blu è il colore della notte, mentre il giallo è quello delle stelle. Mi sembra di aver notato anche un uso “emotivo” di queste due tonalità, con l’alternanza tra il freddo del blu e il calore e la luminosità del giallo.
Bisogna necessariamente citare anche il grande lavoro relativo alle scenografie. Il film si svolge in una città di mare, mostrata in maniera strettamente fiabesca. Non si ha la sensazione di essere in un luogo reale, ma al contrario l’impressione è quella di ritrovarsi in un mondo quasi fantasy, dove una fiaba come questa può diventare concreta fin nelle sue radici.
Fino a questo momento vi ho parlato soprattutto degli aspetti tecnici di Il Ladro di Stelle Cadenti, ma non si può negare che questo film non sia una semplice somma delle parti. Al contrario è un perfetto equilibrio, parola che torna in questa mia recensione, di ogni suo elemento, che porta ogni aspetto a essere rafforzato dagli altri. Per questo tutto ciò che ho analizzato nelle precedenti righe non fa che esaltare l’ottima lavoro fatto in fase di sceneggiatura, con un racconto che si dipana su più livelli, intrecciando il viaggio interiore di Milo con un tema universale e caro a tutti, quello dei desideri e dei sogni di ognuno.
E se è vero che la sceneggiatura è priva di difetti o imprecisioni, nulla avrebbe avuto lo stesso peso senza le grandi interpretazioni degli attori chiamati a dare vita a questa fiaba moderna. Su tutti spiccano ovviamente Jacopo Rampini, nel ruolo del protagonista Milo, e Clizia Fornasier, che dà il volto a Betty, vero esempio di umanità e affetto.
Infine, va riconosciuto il lavoro degli attori, che con interpretazioni misurate e ben calibrate danno vita a personaggi che oscillano tra l’ordinario e lo straordinario. Jacopo Rampini, nel ruolo di Milo, riesce a trasmettere una vulnerabilità autentica, mentre Clizia Fornasier, nel ruolo di Betty, offre un’interpretazione sfaccettata che rende credibile il suo cambiamento interiore. Siamo di fronte ad un’ottima rappresentazione di un personaggio femminile, che diventa vera metafora della vita di una donna in ogni sua fase.
Francesco Ferri

