I Fil Rouge Quintet, un progetto sorto intorno a Manuela Iori e Maria Teresa Lionetti, hanno di recente realizzato l’album L’île noire, che si presenta come un lavoro complesso e davvero ben articolato. Ogni traccia dimostra nel migliore dei modi come qualsiasi elemento sonoro sia stato curato con grande attenzione, rivelando quanto sia elevata la padronanza, sia artistica che tecnica, di ogni membro del gruppo. Secondo me si tratta di un album davvero interessante, con una profonda impronta jazzistica che è stata impreziosita da diverse influenze. Ascoltando i brani con attenzione si possono notare facilmente elementi che provengono dalla musica contemporanea, mentre altri hanno un evidente richiamo da sonorità provenienti da angoli del mondo decisamente molto lontani.

La struttura compositiva vede un uso ben ponderato dei cambi di ritmo, che rendono ogni traccia dinamica, e permettono di catturare l’attenzione di chi sta ascoltando. Ogni brano è a sé, un percorso indipendente costruito con la musica, ma è anche vero che ascoltando tutto L’île noire si percepisce quanto si tratti in realtà di una raccolta coesa e organica, con componimenti originali e differenti l’uno dall’altro che si uniscono in un’unica grande opera.

Tra gli aspetti che ho apprezzato di più c’è sicuramente la voce di Maria Teresa Lionetti. Ha saputo dimostrare una buona versatilità, mettendosi alla prova con tracce molto diverse tra di loro. Lo stesso vale per Manuela Iori, che con il pianoforte ha saputo variare registro in maniera molto disinvolta, mostrando di essere un’artista completa, dotata di una rara abilità.

In più c’è da dire che gli arrangiamenti hanno saputo mettere in risalto le caratteristiche di ogni strumento, oltre alle competenze dei singoli musicisti. Il contrabbasso di Michele Staino ha delle sequenze in cui funge da colonna portante, mentre le percussioni di Ettore Bonafé hanno permesso di realizzare ogni genere di ritmo. Alternandosi tra tromba e flicorno Charles Ferris ha permesso di costruire delle vere e proprie complessità armoniche.

E se è vero che il lavoro dei cinque componenti del gruppo è molto preciso e ispirato, va fatto notare che le collaborazioni con altri artisti presenti in L’île noire non sono semplicemente qualcosa in più, ma permettono di identificare ancora più a fondo qual è lo spirito dominante in questo album. Un valido esempio è il brano Tango Romanesco, dove il sassofono di Javier Girotto crea un perfetto contrasto con la tromba di Charles Ferris: da un lato un suono caldo e avvolgente, dall’altro una sonorità più spigolosa. Ovviamente non posso non citare Badara Seck, che in Les Villes Cachées contribuisce a creare un’atmosfera decisamente evocativa.

In sintesi mi sento di dire che L’île noire è un album che merita di essere ascoltato più e più volte, soprattutto da parte di quegli appassionati di jazz che sono alla ricerca di novità. Tradizione e innovazione si uniscono, e l’effetto finale è a dir poco sorprendente.

P.S. Non concentratevi solo sulla musica, ma prendetevi qualche momento per apprezzare le delicate illustrazioni, che sono pienamente parte dell’esperienza dell’”isola nera” in cui vi trasporteranno i Fil Rouge Quintet.

Sofia Maratheas