(di Antonino Ianniello) Apprezzabile pianista, il milanese Marco Detto è un musicista dal tocco delicato. Il suo ‘soft touch’ riesce a trasportare chi ascolta fino all’ultima nota di ogni singolo brano. Il disco che Marco presenta s’intitola Senza Parole, edito dall’etichetta ‘Cerabino’.

Il jazz a volte diventa strano e si percorrono strade poco esplorate o battute da pochissimi musicisti. Questo vuol dire sperimentazione … mettere dentro un progetto nuovi strumenti anziché perseverare con il solito trio formato da piano, batteria e contrabbasso. Con quasi venti album a suo nome, il pianista milanese ha voluto, in questo viaggio, niente meno che il violoncello.«In questo mio lavoro (registrato in diretta nel settembre 2021 da Matteo Tovaglieri presso ‘The Shelter Studio’ di Meda in provincia di Milano e con un meraviglioso pianoforte Yamaha S7X), che è tra gli ultimi – dice- ho voluto coinvolgere la violoncellista Maria Antonietta Puggioni nella rilettura di alcune mie composizioni di cui due inedite: ‘Senza parole’, brano che dà il titolo all’album, e ‘Onde’. I temi eseguiti dal violoncello in questa nuova veste sono certamente evidenziati, assumendo una connotazione a tratti cameristica, mantenendo sempre l’imprevedibilità e la sorpresa della conseguente improvvisazione».

Marco, nella vita privata – come in quella professionistica – è soprattutto una persona mite e capace di analizzare le armonie presenti in tutte le sue esecuzioni. Marco Detto, figlio della ‘madunina’, iniziò con lo studio iniziale del violoncello, quello stesso strumento che iniziò a studiare da piccolo e che poi ha voluto con forza nel suo disco citato all’inizio. Marco Detto al violoncello? No … la cosa, all’epoca, non gli garbò. Di fatti, in seguito, passò al pianoforte cominciando da autodidatta … e qui, occorre dire che, molto spesso, gli autodidatti e coloro i quali riescono a suonare, come si usa dire ‘a orecchio’ hanno senza dubbio la fortuna di avere uno step in più  … potendo inserire nei brani molta più e fantasia (a te musicista, poi, la possibilità di imparare la musica se non altro per sapere quello che suoni): «Suonare a orecchio è diventata una pratica molto comune, con la nascita di alcuni generi musicali come il jazz, il pop e il rock. Se suoni uno di questi rivoli musicali, non serve che ti dica quanto sia fondamentale suonare a orecchio. I musicisti classici invece, anche se hanno un ottimo orecchio musicale, si affidano maggiormente alla musica scritta tralasciando lo studio dell’orecchio.» 

Marco ha iniziato a suonare il piano sin dal suo esordio tra i professionisti, proprio nell’anno in cui la nazionale di calcio di Bearzot riusciva a vincere i mondiali del 1982. Il nostro artista ha collaborato, come sideman, a molte formazioni jazzistiche. Nel 1987 ha dato vita alla sua prima formazione, privilegiando il trio. Si è esibito in diverse città italiane ed uropee. Nel 1989 ha iniziato la collaborazione col grande armonicista Bruno De Filippi, con cui ha inciso “Jazz In Diretta” per Radio Europa. Poi c’è stato il suo primo lavoro composto da standard jazz, ‘Falling in jazz whit love’. Con lui suonavano Marco Ricci (basso) e Giorgio Di Tullio alla batteria per la label ‘Lush Tales’. Nel 1993 realizza, sempre con lo stesso trio, ‘I sogni di Dick’, creato con brani originali (etichetta ‘Musicattiva’.) In seguito collabora con Palle Danielsson e Peter Erskine con i quali incide ‘La danza dei ricordi’, realizza poi ‘Altrove’, lavoro di composizioni originali. Insomma una discografia personale che supera i quaranta lavori. In seguito viene chiamato dal grande contrabbassista Eddie Gomez. Per fare cosa? Suonare nel gruppo con Lenny White e Jeremy Steig, sostituendo sia McCoy Tyner che Chick Corea nella sesta edizione del ‘Festival Internazionale di Musica Classica e Jazz sull’Isola d’Elba’. Da questo felice incontro nasce a New York nel 2001 il cd ‘What a Wonderful World’, cui farà seguito un tour in Italia. A questo punto il pianista è lanciatissimo. Tra i dischi del 2003/04 realizza, con Massimo Manzi (batteria) e Marco Ricci (contrabasso), il lavoro ‘Django”, ottimamente recensito in Giappone dalla rivista jazz ‘Sunny Side’. Nello stesso anno inizia a collaborare con lo storico chitarrista Franco Cerri, col quale incide ‘Ieri e Oggi’ ed è presente nel ‘Dizionario del Jazz Italiano’ a cura Flavio Caprera Ed. Feltrinelli 2014. Nel 2006 registra ‘Blue Stones’ con Stefano Profeta (basso), Guido Bombardieri (clarino), Mauro Beggio (batteria), Anna Ulivieri (flauto) Antonello Monni (sassofono tenore, soprano e clarinetto basso) Alessandro Castelli (trombone) e Kylie Gregory (Tromba, Flicorno ed il Piccolo Trumpet). Un brano di questo lavoro ‘Lasciarsi andare’, ha ricevuto “l’Honorable Mention” nella categoria jazz all’International Songwriting Competition 2006(ISC).  

Marco, sei, in ogni caso, un grande improvvisatore e questa è la considerazione che fanno tutti. Le tue composizioni sono caratterizzate da una marcata ed esclusiva sdolcinatezza. Tutto questo ti ha dato riconoscimenti come “l’Honorable Mention” nella categoria jazz all’International Songwriting Competition 2006/2010 (ISC). Con quale criterio ti accosti alla tua musica, c’entra l’improvvisazione? 

«Certamente. Sono convinto che l’improvvisazione possa considerarsi ‘la ricerca’ di una successione di belle note e queste devono essere capaci di far emozionare soprattutto chi suona, l’esecutore deve per forza sorprendersi e tutto questo deve avvenire praticando una sorta di ricerca continua, individuando strade sempre diverse per nuove melodie. Quando si affronta un brano che si è suonato mille volte e sempre in maniera diversa, bisogna eseguirlo con la freschezza del primo incontro e l’intensità dell’ultimo, facendo tesoro di tutte le esperienze del passato. Personalmente, quando suono standard conosciuti, invento ogni volta nuovi approcci che mi permettano l’invenzione di una melodia naturale e non preparata. Limito l’abuso di modelli proprio per aggirare lo sviluppo meccanico dando priorità al cuore, alla mente e all’energia».

Quali sono i tuoi riferimenti musicali?

«Mi piace tutta la buona musica, di qualunque genere. Ci sono diversi artisti che ho amato e amo ancora tantissimo e che hanno contribuito alla mia formazione e ad ispirarmi negli anni, come ad esempio Erroll Garner, Thelonius Monk, Lee Konitz, Bill Evans, Keith Jarrett, Joe Zawinul, Herbie Hancock, Chick Corea, McCoy Tyner, Paul Blay e molti altri». 

Raccontaci di questiincontri con Peter Erskine, Eddie Gomez, Palle Danielsson, Lenny White e delle tue collaborazioni.

«Ho incontrato Peter Erskine e Palle Danielsson nel 1994 in occasione della registrazione del mio secondo CD ‘La danza dei ricordi’. Ricordo che gli inviai il mio primo lavoro ‘I sogni di Dick’ e una cassetta con i nuovi brani chiedendo se volessero far parte di questo progetto. Poco tempo dopo mi confermarono la loro partecipazione e mi espressero il loro gradimento per le mie composizioni. Suonare con due grandi artisti come loro fu un’esperienza fantastica ed emozionante. L’intesa fu immediata. Incidemmo in un solo giorno l’intero disco. L’attenzione che rivolgo alle melodie, l’aspetto melodico compositivo e l’interpretazione delle stesse, furono apprezzate, in seguito, anche da Eddie Gomez che nel 2000 mi chiamò a sostituire McCoy Tyner e Chick Corea per un tributo a Bill Evans. Della formazione facevano parte anche Lenny White e Jeremy Steig. Per me fu un’esperienza molto importante ed un grande onore. Confrontarmi con musicisti di quel calibro mi ha permesso di crescere moltissimo artisticamente e mi ha dato nuovi stimoli a tal punto da portarmi a registrare, l’anno successivo a New York, il cd “What a wonderful world” con Eddie Gomez e Lenny White, cui fece seguito un fortunato tour italiano».