(di Antonino Ianniello) Andrea Zacchia (pronuncia esatta Zacchía) è un chitarrista romano di quarant’anni, classificato tra i musicisti jazz emergenti ed è identificabile come musicista-chitarrista jazz e compositore. Ascoltando il suo lavoro (High Beat Per Minute), il vero titolo del disco è HBPM sono stato folgorato dal suo modo di trattare e toccare le sei corde della sua Gibson modello 335. L’artista capitolino ha un tocco fantastico, rilassante e che riesce a trasportarti in una dimensione dalla quale non vorresti mai venir fuori, al punto che ti tocca riascoltare le sue otto tracce per decine di volte. Il modo di far musica di Andrea Zacchia si rifà a una fusione fra be-bop, hard bop e jazz/soul. 

Zacchia si forma all’‘Università della Musica’, ‘Fonderia delle Arti’ e ‘Saint Louis College of Music di Roma’ e dopo un’intensa attività live e in studio di registrazione con artisti quali Moreno Viglione, Renato Gattone e la Smile Orchestra, lo scorso anno, da leader, assieme ai musicisti Angelo Cultreri e Maurizio De Angelis, realizza l’album HBPM, pubblicato a marzo di quest’anno dalla ‘WoW Records’. Tra i jazzisti che influenzano, in qualche modo, il compositore e musicista romano, c’è sicuramente Wes Montgomery.

Il suo guitar hero

John Leslie Montgomery è stato un chitarrista e compositore statunitense di musica jazz. È riconosciuto universalmente come uno dei maggiori chitarristi nella storia del jazz, capace di seguire ed evolvere la traccia lasciata dai grandi pionieri dello strumento, come Django Reinhardt e Charlie Christian. Il chitarrista di Indianapolis – cresciuto coi due fratelli Buddy e Monk, che iniziarono presto a suonare, l primo il piano, l’altro il contrabbasso – a diciannove anni ha la ‘folgorazione’ per la chitarra nell’ascolto continuo di un brano di Charlie Christian. Da quel momento quello strumento diventa un’ossessione. Cosa fa Wes? Acquista un amplificatore e una chitarra, inizia a studiare da solo le linee melodiche prese dai dischi di Christian e si esercita. Si sposa e lavora come saldatore in una piccola officina, ma al ritorno a casa passa intere notti con la chitarra in mano, decidendo in seguito di abbandonare il plettro e di suonare con il pollice per non creare fastidi ai vicini. Ottiene così, proprio come Zacchía, un suono più morbido e ovattato. Sound che intere generazioni di chitarristi cercheranno di imitare. Nella lunga lista di celebrazioni per il centenario della nascita di Wes Montgomery, può far parte – a giusto diritto – anche l’opera prima del chitarrista Andrea Zacchía, artefice di un classico ‘Hammond Trio’ completato da Angelo Cultreri alle tastiere e Maurizio De Angelis alla batteria. 

Chiediamo a Zacchia, come è nato il tuo primo disco da leader, HBPM, e perché lo hai intitolato così? Quale è il significato? 

«L’idea dell’album nasce dopo un anno di intensa attività live del mio ‘Hammond Trio’, un progetto dedicato principalmente a Wes Montgomery. Con Cultreri e De Angelis, carissimi amici, abbiamo trascorso molto tempo insieme. Abbiamo cercato un sound che fosse energico come quello degli ‘Organ Trio’ di Montgomery e Pat Martino e i quattro brani inediti del disco sono frutto di questo lavoro di ricerca. Il disco è stato realizzato in due giorni, prediligendo le riprese “live in studio”. Oltre ai brani inediti, il prodotto contiene quattro standard che rappresentano altrettanti importanti momenti musicali della mia vita e che volevo fissare in questo disco come in una fotografia.Per quello che riguarda il titolo dato al disco posso dire che ‘HBPM’ si rivela acronimo delle mie due grandi passioni e fonti di ispirazione: Hard Bop e Pat Martino oltre che essere anche ‘High Beat Per Minute’ traduzione: ‘Battito Elevato Al Minuto’. Oltre che essere un omaggio a loro è anche un progetto dedicato al centenario della nascita di Wes Montgomery. Da lì siamo partiti alla ricerca di un sound che fosse idoneo ai brani inediti che stavo scrivendo».

Il tuo tocco rotondo sulla Gibson 335 dà all’ascoltatore emozioni particolari rendendoti riconoscibile: qual è il tuo segreto? 

«Sono davvero contento di esser riuscito ad avere un suono riconoscibile, dopo tantissimi tentativi tra chitarre, pickups, amplificatori e corde, ti posso dire che il merito del mio suono sta nelle corde: personalmente monto un set di corde 015 e la 335 Gibson è stata una delle poche chitarre che mi ha permesso di montare questo set senza ripercussioni sul manico o alla chitarra in generale».

Devo dirti che il tuo lavoro discografico è un eccellente prodotto … nel disco hai preferito suonare in trio escludendo il contrabbasso? Avresti potuto dare più spazio all’Hammond di Angelo Cultreri, non ti sembra? 

«Il disco è stato registrato in soli due giorni, in modalità ‘live’ e non c’era nulla di programmato. Abbiamo suonato in maniera libera, cercando di imprimere su disco lo stesso interplay che abbiamo nei concerti. Le presenze e gli spazi dei vari strumenti son stati dettati dal sentire di ognuno al momento dell’esecuzione».

Che cosa ti riserva il futuro dal punto di vista discografico? Quando parte la tua tournée? «Ho in mente di realizzare un disco omaggio a Wes Montgomery, sempre in ‘Hammond Trio’. Allo stesso tempo sto lavorando a nuovi materiali e quindi ancora non ho chiaro in mente quello su cui lavoreremo e quale progetto avrà la priorità. Attualmente stiamo presentando il disco in alcuni jazz club del Lazio ed Emilia-Romagna e stiamo lavorando per portare il progetto in giro per i jazz club italiani nel prossimo autunno».

I brani del disco

La ricchezza e varietà timbrica offerta dall’organo di Cultreri e il drumming perfettamente calato nelle dinamiche dell’hard bop di De Angelis completano il quadro di una mezz’ora abbondante di musica rilassata, dinamica e intima nell’arco degli otto brani. Il lavoro si apre proprio con ‘HBPM’, che è un chiarissimo riferimento alle due principali fonti d’ispirazione del disco … cioè l’Hard Bop e Pat Martino (celebre chitarrista statunitense conosciuto anche per il suo approccio all’improvvisazione jazz), da cui l’artista romano trae spunti. L’album prosegue con ‘The Ambush’, eccellente brano che fonde bossa nova e swing. La terza traccia è ‘The Days of Wine and Roses’ famoso brano di Henry Mancini (compositore, direttore d’orchestra e arrangiatore statunitense di origine italiana) ed eseguito magistralmente dal trio che mette in evidenza la chitarra ‘che fa innamorare’ di Zacchía. Andando avanti troviamo ‘Giordano’s Blues’, un classico blues minore, che richiama le sonorità tipiche di Pat Martino. Seguono, poi, ‘How Insensitive’ dell’immenso Antônio Carlos Jobim, altro brano da brivido per un’esecuzione a dir poco perfetta, poi ‘Nuages’ del mitico Django Reinhardt, brano che ricrea l’udito dell’ascoltatore che assume serotonina pura. Segue poi ‘Song for Elias’, brano-omaggio del trio alle composizioni di Wes Montgomery. L’album, poi, si chiude con un brano, ‘Send in the Clowns’, solo per chitarra, di Stephen Sondheim.