Via Don Minzoni n.6

Ho scoperto Via Don Minzoni n.6 un po’ per caso, attratto soprattutto dal nome dell’attore protagonista, Francesco Gaudiello. Un attore che ho capito di dover tenere d’occhio qualche tempo fa, quando lo vidi in Il Peccato – Il Furore di Michelangelo. E forse dovrei ringraziare Gaudiello, perché seguendo questa sua prova attoriale ho scoperto un regista che fino a questo momento mi era sfuggito: Andrea Caciagli.

La particolarità di Via Don Minzoni n.6 è proprio nel ruolo di Caciagli. Non è solamente il regista, ma è anche la figura a cui l’intera vicenda è ispirata. C’è un Caciagli dietro la macchina da presa e uno invece direttamente sul set, con il volo di Gaudiello. La storia narrata nel film è a tutti gli effetti autobiografica, e per me questo è un elemento decisamente positivo, soprattutto perché il regista non si estrania da ciò che sta decidendo di raccontare, ma ne è pienamente partecipe, e si può notare in diversi momenti. Si può ben capire che nella produzione di questa pellicola ci sono delle emozioni vere e sincere, a cui è stata data forma con scrupolosità e competenza. Caciagli ha poco più di trent’anni, ma la sua tecnica è già molto chiara e ben riconoscibile.

Tecnica che in questo caso ha il difficile compito di esaltare una sceneggiatura di per sé molto forte, e il risultato finale, è il caso di dirlo, è davvero molto buono. Trovare un simile connubio tra regia, sceneggiatura e recitazione è molto raro, ma bastano poche scene per capire che siamo di fronte a un perfetto equilibrio.

Le vicende di Via Don Minzoni n.6 sono intrinsecamente legate al tema della nostalgia. Il protagonista deve aspettare che arrivi il mattino per consegnare ai nuovi proprietari la casa che fu di sua nonna. Siamo di fronte a una classica ultima notte, un elemento ricorrente non solo nella cinematografia ma anche nella letteratura.

In questo film l’ultima notte rappresenta una sorta di barriera, un limite oltre il quale c’è una vita differente, quella degli adulti, quella delle responsabilità. Una nuova età, a cui spesso non si crede di essere pronti. Quest’ultima notte difende il proprio passato, i propri ricordi, il proprio io infantile e adolescenziale, racchiuso tra le mura che costituiscono la casa della nonna ormai scomparsa.

La morte della nonna, in questo contesto, non è solo la scomparsa di un caro affetto, ma rappresenta un forte legame con quello che è un periodo della propria vita a cui il protagonista stenta a dire addio. In questo il protagonista assurge a forma di universalità: non è più solo l’alter ego del regista, ma è anche l’alter ego di ogni spettatore che può riconoscersi in questa vicenda.

E in questa atipica celebrazione del lutto il protagonista non è solo: quasi come se fosse una visione onirica è accompagnato da tutti i suoi amici, la vecchia compagnia che anch’essa è legata a quell’abitazione, a quelle mura, a quelle stanze. Un’ultima notte che ha il sapore di un ultimo viaggio: ecco cos’è Via Don Minzoni n.6.

Michela Del Bosco