(di Walter De Stradis) Tutte le musiche sono collegate tra loro, e anche se questa può apparire un’affermazione scontata, uno come Antonio Infantino, il re-inventore della Taranta, l’avrebbe definita quantomeno un assioma quantistico. Era pertanto troppo ghiotta l’occasione di parlare con un uomo di cinema lucano (originario di Senise), Joe Capalbo, che ha prodotto, diretto e interpretato un film “Lucania”, in cui compariva proprio il Genio di di Tricarico (che non a caso recitava se stesso, in una scena “rituale”), e più di recente un documentario, Fela, il mio Dio vivente, incentrato su un altro musicista-sciamano, il re nigeriano dell’Afrobeat, Fela Kuti

Sabato scorso, presso il cine teatro “Don Bosco”, è stato infatti presentato al pubblico potentino quest’ultimo docufilm, per la regia del pluripremiato Daniele Vicari, con la voce narrante di Claudio Santamaria. «“Fela il mio Dio Vivente” –ci ha spiegato Rita Di Leone, co-produttrice- è un documentario, il cui protagonista è Michele Avantario, un giovane videomaker che aveva il sogno di fare un film su Fela Kuti (che è in pratica il co-protagonista del lungometraggio). Io sono la produttrice insieme a Giovanni Capalbo e l’autrice, insieme a Greta Scicchitano e a Daniele Vicari, che è anche il regista». 

Fela Kuti, scomparso nel 1997, è stato uno dei personaggi-simbolo del continente africano, un ribelle, un provocatore, ma soprattutto un leader popolare che aveva a cuore un panafricanismo reale e non retorico. Quella del film, come si legge nel comunicato stampa, è dunque «Una storia che suona, balla, fuma, ama, viaggia, che ha il sapore dell’Africa, della politica, degli anni 70 e che supera ogni forma di colonialismo, anche quello “interiore” che ancora oggi ci portiamo dentro». 

Prima di incontrare Giovanni “Joe” Capalbo, abbiamo rivolto una domanda alla coproduttrice Rita Di Leone, già moglie del protagonista del film, Michele Avantario, prematuramente scomparso nel 2003. 

Quello del protagonista del docufilm, Michele, era più un sogno o più un’ossessione? 

E’ il sogno di Michele, che ha inseguito Fela Kuti dal 1984 fino alla morte del musicista, avvenuta nel 1997. Aveva questo grande amore per Fela. Quel film non si realizzerà mai, ma Michele in quegli anni ritrova se stesso e incontra un amico. Il film è anche questo, la storia di un’amicizia, che fa passare il sogno in secondo piano. 

Fela Kuti è stato forse il musicista più ribelle e rivoluzionario mai salito su un palco, anche perché pagava a caro prezzo, sulla propria pelle e quella dei suoi cari, le ritorsioni che seguivano alle sue denunce di ingiustizie. Immagino sarà stato difficile seguire un uomo del genere, specie lì nel suo paese, la Nigeria.

Michele ha fatto più di venti viaggi, dal 1984 al 1997, e ovviamente sapeva di tutti i problemi, le incarcerazioni e le altre vicende. Le ha vissute da vicino, avendo seguito Fela anche in diversi concerti in Africa. Michele Avantario conosceva benissimo certe situazioni, ma era un uomo coraggioso e non ha avuto paura. Certo, non fu facile per lui ritrovare a sua volta il film “Black President” (inedito e mai distribuito – ndr), girato in Ghana e a Lagos. Fu proprio grazie a Fela che lui ritrovò quel film perduto, lo portò in Italia e ci fece il “telecinema”…sì, non è stato un percorso facile, ma per Michele è stato anche un viaggio meraviglioso.

A questo punto ci siamo rivolti a Joe Capalbo.

Cosa dovrebbe arrivare, al pubblico italiano, da questa storia?

Ciò che lo spettatore non si aspetta. Normalmente ci si aspetta sempre qualcosa e invece nel guardare questo film bisognerebbe avere uno sguardo “aperto”, e allo spettatore arriverà comunque tanta di quella roba. Il film parla di un mondo che non c’è più. Un mondo di emergenza politica, un’epoca in cui tutti pensavamo di poter cambiare il mondo stesso. Era il mondo dell’utopia, un’utopia che oggi purtroppo non esiste, soprattutto le nuove generazioni non hanno quel tipo di spinta. Ma non è per colpa loro: è cambiato il mondo. E quindi, questo film parla di un sogno, credere che realmente tutto può cambiare, avere questa speranza, sempre e comunque, che la vita non si può ridurre a come ce la presentano. E questa speranza può diventare una cosa ancora più grande, se si segue il cuore, la propria passione e il proprio ideale.

Lei è Lucano, e qualche anno fa girò un film, da regista e interprete, che si chiama “Lucania, Terra Sangue e Magia”, uscito nel 2019, in cui recitava anche Antonio Infantino. Si può tracciare un parallelo tra il re dell’afrobeat, Fela Kuti, e lo Sciamano di Tricarico, inventore del movimento dei Tarantolati?

Assolutamente sì. La ricerca di Antonio Infantino all’interno della musica popolare è stata un percorso estremamente importante. Già con la sue indagini sulla musica magnogreca, ha recuperato tutto un pensiero musicale, facendolo confluire nella sua ricerca sulla Taranta, e su tutto quello che c’è dietro antropologicamente. Antonio era veramente uno sperimentatore all’interno della musica popolare. Ed è quello che ha fatto Fela: a un certo punto ha lasciato la musica “pop” (per così dire) nigeriana, dopo essersi recato per un anno a Los Angeles e New York (ove ha incontrato Sandra Isidore, sua compagna per un po’ di tempo), il tempo necessario per conoscere le Black Panther e Malcom X. Di ritorno in Nigeria, ha quindi abbandonato la musica “commerciale” (che faceva con un gruppo che aveva fondato a Londra), ha creato una nuova band e insieme a Tony Allen ha effettuato una ricerca sulla musica popolare africana, andando dunque a riprendere le sonorità percussive e mischiandole anche col jazz, col funky, creando tutto un mondo. Antonio Infantino e Fela Kuti sono stati due sperimentatori, solo che a volte le dinamiche del successo sono incredibili. Il successo è come l’amore: ti capita. Ma Antonio avrebbe meritato molto, ma molto di più. E voglio aggiungere una cosa con rammarico: avrebbe meritato molto di più DALLA NOSTRA TERRA. La nostra terra ha qualcosa di strano, è veramente strano il nostro popolo (al quale voglio comunque molto bene e sono molto legato). La nostra gente riconosce i talenti, tuttavia alla fine, non so… è come se… credo sia anche un fatto legato alla cultura, alla storia della Lucania stessa…

…i nostri talenti sono più apprezzati fuori. 

Beh, devo dire di sì. I nostri talenti si fanno strada fuori e poi quando tornano qui non sempre vengono abbracciati, no? Credo sia anche un fatto di timidezza, di riservatezza, da parte di noi Lucani. E poi, forse, fa anche parte della nostra cultura il non saper esprimere un sentimento nell’abbraccio, nell’essere riconoscenti per ciò che determinati talenti nostrani fanno. Bisogna quindi entrare nella “compassione”. Io credo che Infantino meritasse molto di più e tenga conto che “Lucania” è stato l’ultimo lavoro che Antonio (scomparso nel 2018 – ndr) ha fatto nella sua vita. Le racconto un aneddoto su “Lucania”: Infantino stava facendo lui stesso l’impostazione della scenografia e della coreografia di una scena, quando una costumista gli disse che non poteva indossare quella camicia bianca. Antonio mi chiamò, dicendomi: «Ma questa che vuole? Ma lo sa che siamo allestendo una ritualità legata alla cultura magnogreca?». Allora mi recai a mia volta dalla costumista e le dissi: «Qualsiasi cosa ti dica quest’uomo, per favore, fai come dice lui». Antonio aveva una cultura immensa, legata a un’umanità straordinaria.