(di Walter De Stradis) Per circa trent’anni ho sognato, immaginato, e persino montato nella mia mente un film su Bob Marley. Nel corso del tempo, quando i “biopic” musicali non erano ancora all’ordine del giorno, ne hanno parlato e sognato tanti altri appassionati e giornalisti come me. 

Ogni tanto spuntava pure un nome: il figlio Rohan Marley (il marito di Lauryn Hill), Jamie Foxx (che ha poi fatto Ray Charles) e persino qualche cantante reggae francese dalla pelle chiara come quella di Bob. Tutti papabili per la parte del Re, ma erano solo -come diremmo oggi- “fake news”.

E poi arrivarono i film, di grande successo, sui Queen, su Elton John e qualche altro. 

Grandi incassi, grandi premi (Oscar, persino) e nella testa di tutti quei reggaeofili come il sottoscritto, suonò un campanello, forse d’allarme: i tempi erano maturi.

Saltando molti passaggi, i soliti (indiscrezioni, annunci, foto “rubate” dal set, trailer “virali”), arriviamo dunque al 22 febbraio 2024, quando esce anche nelle sale Italiane Bob Marley – One Love.

Il film è diretto da Reinald Marcus Green, e prodotto da Ziggy Marley, il primogenito maschio di Bob e da Brad Pitt, sì, proprio quel Brad Pitt. 

E allora, subito dopo la visione, capisci che in certi casi è un piccolo danno che un film del genere venga fatto “in famiglia”. Specie se trattasi della famiglia di una superstar mondiale che manca da questa Terra dal 1981, e in cui, da sempre, c’è la figura “ingombrante” della moglie del Re, Rita (basta leggere qualche biografia marleyana “non telefonata”, per rendersi conto). 

La Yoko Ono del reggae? Non esageriamo, anche se…

Ma tant’è: a fare la parte della leonessa (e comunque non del tutto a torto, va detto), nel film di Green, alla fine è infatti proprio quel personaggio, forte della poderosa interpretazione di Lashana Lynch, vera regina africana nella sua maestosa bellezza. Dal canto suo, infatti, il personaggio di Bob Marley appare come quello di un uomo leale, appassionato e compassionevole, ma un tantino irrisolto. E quindi, puntualmente, arriva questa donna bellissima e dagli occhi grandi (come dire, un tantinello diversa dalla pur vistosa controparte reale), che di volta in volto lo consola, lo ispira, lo consiglia, lo rimprovera, lo lascia e se lo riprende (anche se è vero, come si accennava, che fu Rita ad avvicinare definitivamente il musicista alla fede rastafari e che dovette sopportare le numerose corna poste dal femminaiolo Bob).

E poi, nel film c’è tanta musica, com’è giusto che sia, e ne esce un bello “spot” per i dischi di casa Marley, ma la filosofia rastafari (anche se non mancano gli aspetti più “documentaristici”) e il vero ardore di Bob, ne pagano lo scotto, fra lunghe scene di concerti, di session sala prove, di ritagli compositivi, di provini e persino di prove copertina. 

Per intenderci, il film è tutt’altro che brutto, ha un buon ritmo, ci sono degli attimi commoventi (il piccolo orfano Marley che sale sul cavallo insieme al padre “adottivo”, il dio rasta Sua Maestà Hailè Selassiè, in tenuta imperiale che ricorda quella coloniale del padre biologico mai conosciuto e solo intravisto, anch’egli a cavallo); c’è una scena fantastica (i giovanissimi Wailing Wailers che sorprendono con la loro “Simmer Down” il patron di Studio One, Coxsone Dodd, produttore un tantino “diffidente”, con tanto di pistola spianata); ma quello che manca nel lungometraggio è proprio un pocherello di “anima”. 

Insomma, lo spettatore non esperto, occasionale e curioso, alla fin fine si farà l’idea di un Marley-rocker ribelle, come ce ne sono (stati) tanti, non poi così diverso da un qualsiasi altro fricchettone con la chitarra degli anni Settanta. 

E qui non ci siamo proprio.

E Peter Tosh e Bunny Wailer? 

Si vedono qualche secondo. Il perché, verrebbe da chiederlo sempre a Rita, più che a Ziggy. Cattivi noi, naturalmente.

Dal canto suo, l’attore che interpreta il Re, non è somigliantissimo: a parte il parruccone con i dread, è un po’ troppo tracagnotto. E anche scarso, quando gioca a pallone nelle molte scene calcistiche (laddove Marley erano notoriamente un piccolo fenomeno). Questo Kingsley Ben-Adir tutto sommato, però, la sua porca figura la fa, anche se gli tocca –di tanto in tanto- tentare di sfoggiare l’inconfondibile sorriso trasognato del suo modello, e il paragone è perso in partenza.

Concludendo: poteva andare peggio? Anche sì.

Dicevamo della bella interpretazione di Lashana Lynch, che si era già fatta notare come 007 donna in No Time to Die, ultimo capitolo dello James Bond interpretato da Daniel Craig.

La vita è curiosa: Bob Marley, per un certo periodo era stato proprietario della villa giamaicana che, ribattezzata “Goldeneye”, era appartenuta al papà letterario di 007, Ian Fleming, proprio lui. 

Che dire, “What goes around, comes around”, avrebbe cantato il Re.