18 agosto: esce per Storie di Note, e in occasione degli 80 anni del mitico Gianni Rivera, l’omaggio omonimo di Paolo Capodacqua al grande uomo e calciatore che ha disegnato l’immaginario collettivo degli adulti e dei bambini di un’intera generazione che della fantasia e nell’eleganza di Rivera ha nutrito i sogni di un’Italia piena di sogni. Una poesia, una canzone ma anche un videoclip per la regia e le immagini di Enzo De Giorgi che, attraverso immagini di repertorio sia sportive che sociali, ma anche con le riprese di un pallone Super Tele che simbolicamente calciato dai bimbi rimbalza fra i vicoli e vole via, dipinge il racconto di Capodacqua e ci restituisce quelle emozioni e quegli anni.

Rivera è “l’eleganza asincrona del gesto”. Quando prendeva la palla si aveva l’impressione che il tempo si fermasse quasi ad aprire uno spazio fuori sincrono dove sta per accadere qualcosa, come a dire: ora il gioco può prendersi una pausa perché è messa in scena la “bellezza”, la teatralità del calcio, il tocco, la geometria perfetta, il calibro, il lampo. Rivera era il mio mito.” Così, sinteticamente, ci spiega l’afflato di quell’infanzia Paolo Capodacqua, quando un po’ tutti si sognavano Rivera.

Per noi ragazzini che giocavamo a pallone per strada gli archetipi di riferimento, gli eroi senza macchia e senza paura, erano quei calciatori galantuomini di allora, oltre a Rivera: Riva, Mazzola, Facchetti e molti altri. Sono diventato milanista perché lui giocava nel Milan, lui era il Mito e Nereo Rocco era lo zio burbero che amavo come uno di famiglia.

La canzone è un omaggio alla mia generazione, quella che non aveva paura di scavalcare i recinti per recuperare il pallone. E’ il ritratto di un’Italia popolare, che trattiene il fiato, che ancora non riesce a credere che la guerra sia finita veramente. Quel calcio, quei campioni, erano l’incarnazione di un’Umanità dignitosa, pulita. Ma l’immenso Rivera era anche un ragazzo semplice. Ho provato un senso di tenerezza a rivedere immagini di lui già campione che aiuta la madre a stirare la maglia della Nazionale, o della sua famiglia riunita a tavola, una famiglia come le nostre, il padre ferroviere, la madre casalinga. Anche questi aspetti biografici contribuivano a creare un effetto di vicinanza.

Insomma Rivera era il genio, Pasolini lo definiva un “prosatore poetico”, era un ragazzo intelligente e combattivo, aveva proprietà di linguaggio, aveva classe dentro e fuori dal campo, una verve coraggiosa che gli consentiva di polemizzare con arbitri e Stampa o di rivendicare i diritti dei giocatori meno fortunati.  

Nella canzone, profonda del piglio da cantastorie che è proprio di Capodacqua, c’è lui e c’è quel momento storico, quell’Italia popolare e laboriosa. Sullo sfondo: la Eco della Callas, i richiami delle madri, le case di ringhiera, i quartieri popolari, i treni dei pendolari, i sogni dei bambini della mia generazione. Su tutto: l’arte calcistica di un ragazzo di nome Gianni Rivera che va in scena ogni domenica nella meravigliosa cornice di San Siro.