(di Giorgio Cavagnaro) Quando penso che l’8 settembre del ’43, data chiave della Storia italiana, precede di circa dieci anni quella della mia nascita, questo mi sembra un fatto astruso, addirittura poco credibile. Ancor di più, pensando che nel 1943 sono nati tipi come Mick Jagger, George Harrison e Gianni Rivera, eroi della mia generazione e di tutto il “mondo di dopo”. Così definiva il dopoguerra Cesare Pavese, mentre lo vedeva spuntare, tremante e attonito nei panni del professore Corrado, tra Torino e le colline. Cercava di capire cosa diavolo stesse succedendo, proprio come il sottotenente Innocenzi, ufficiale dell’esercito italiano nonché antieroe protagonista del film di cui vado a parlare, Tutti a casa di Luigi Comencini

Alberto Sordi, in divisa dell’esercito, apprendeva da una radio gracchiante che il maresciallo Badoglio aveva firmato l’armistizio con gli alleati anglo-americani. E che da quel momento il nemico erano diventati i tedeschi, così, di punto in bianco. Cose da pazzi. Cose che in un film di fantasia avrebbero avuto l’inconfondibile sentore del surreale, del poco credibile. Avrebbero fatto sorridere il pubblico, preparandolo a un racconto sul filo del grottesco.

E anche grottesche, sicuro, sono le vicissitudini del sottotenente Innocenzi e del fedele Ceccarelli (un Serge Reggiani da Oscar), una volta smesse le divise che rendono gli italiani tutti uguali, belli, fieri e allineati, e indossati gli stracci miserevoli del morto di fame in fuga, certamente più consoni al momento storico. I due, sempre compresi nei ruoli dell’ufficiale e del subalterno, attraversano un’Italia devastata dalla guerra, cercano di tornare a casa, non diversamente dal professore Corrado. Come sempre accade nelle opere della più luminosa stagione che il cinema italiano ricordi, il racconto drammatico e spesso tragico della realtà storica si alimenta di episodi umani, minimalia di spessore universale con accenti anche comici. È la formula magica della commedia, che ci farà grandi per alcuni decenni grazie anche ad attori incredibili: in questo film convivono meravigliosamente, oltre ai citati protagonisti, nomi come Eduardo De Filippo, Martin Balsam, Claudio Gora, i giovanissimi Nino Castelnuovo e Carla Gravina

Ma rivedendo questo capolavoro con gli occhi del presente, un pensiero molesto si fa strada. Come sappiamo, il 1943 fu solo l’alba di un’altra guerra, ancor più feroce e spietata, fratricida. Ed è veramente finita? O qualcosa tiene l’Italia ancora prigioniera della cultura che discende in linea diretta da quella contrapposizione? È inutile negarlo: la guerra, a ben vedere, è ancora viva dopo tanti anni, non più combattuta sulle montagne, a colpi di fucile e bombe a mano, ma con armi modernissime, a loro modo letali. L’Italia dei fascisti e dei comunisti, macabri fantasmi buoni per tutte le stagioni, si oppone ancora con le unghie e coi denti al progresso civile.   

Sembrava un racconto grottesco, Tutti a casa. Invece è la nostra Storia.