Lato C, dietro il Vinile: l’Uccello dalle piume di cristallo

Fra le rubriche di Cinevox Cult  Club ospitiamo uno spazio a firma di Giorgio Cavagnaro che va a ripescare le storie dietro ai grandi Vinili legati al mondo delle colonne sonore.

Lato C, dietro il Vinile: l’Uccello dalle piume di cristallo

di Giorgio Cavagnaro

Un po’ di anni fa andare al cinema era un rito da condividere in gruppo. Con gli amici, si commentava il film appena visto lì sul posto, appena usciti dalla sala dopo lo spettacolo di mezzanotte, tirando tardi in macchine fumose almeno come il cinema appena lasciato. La scelta del film non era tanto ponderata, eravamo praticamente onnivori. Ogni tanto però si spargevano le voci. Una di queste, era il 1970, girava, girava sempre di più per i banchi delle classi liceali fino a diventare un imperativo categorico: “L’hai visto L’uccello dalle piume di cristallo?” Sì, certo, ancora no, ci vado stasera prima che tu mi dica l’assassino, infame maledetto.

Poi i mormorii si fecero più dettagliati. Attenti alla scena della vetrata, diceva uno, sornione, che l’aveva già v

isto. Attenti ai versi che provengono dallo zoo, diceva un altro. Niente, a scanso rischi, meglio andare subito al cinema a verificare di persona.

Dario Argento era un ragazzino di trent’anni alla sua opera prima e il protagonista Tony Musante, attore italoamericano giovane ma già esperto, era poco incline ad accettare le improvvisazioni del regista, estroso e ingenuo ma geniale come un italiano geniale.

Come sempre, è dai contrasti che nascono i capolavori. E il giallo formidabile che saltò fuori in sei tempestose settimane di lavoro lo è senza alcun dubbio. Armonia e tensione in un mix di talento e casualità, ecco il segreto di questo film, considerato giustamente il progenitore del thriller italiano moderno, con licenza di esportazione nel mondo intero.

Del cocktail magico di  L’Uccello dalle piume di cristallo  è parte essenziale la musica: quella del migliore di tutti i tempi (se vuoi rintracciare questo album). Il padre di Dario, Salvatore Argento, oltre a quello di produrre il primo lungometraggio del figlio ha il grande merito di avergli fatto conoscere il maestro Ennio Morricone. Una storia romana che ricorda quella di altri sodalizi, uno per tutti il rapporto tra Sergio Leone e Carlo Verdone. Esperienza, gioventù e  talento che si incontrano e si alimentano per amicizia ed osmosi, nei viali complici di Cinecittà.

Morricone usò, come già aveva sperimentato, la voce umana come strumento, in forma di vocalizzi femminili.  Un effetto musicale allucinatorio e straniante, perfetto per commentare il giallo ai confini dell’horror del giovane Dario. La cantilena infantile che accompagna i titoli di testa diventerà una specie di ossessionante marchio di fabbrica per i film di Argento, sempre miscelata con suggestioni jazz violente e sorprendenti. Sonorità aspre e dolci, a corrente alternata, pronte a irrompere nelle sequenze più tese triplicandone gli effetti e sublimando il brivido di cui lo spettatore è cercatore insaziabile.

A Roma, nel 1970, era nato il film “de paura”.

Giorgio Cavagnaro