Viaggio in paradiso: una miscela esplosiva di azione, suspence e ironia

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viaggioinpposterdi Chiara Carnà

Il primo lungometraggio di Adrian Grunberg, prodotto, co-sceneggiato e interpretato da Mel Gibson,  è una miscela esplosiva di azione, suspense e ironia sin dai primi frammenti. Una spericolata fuga in auto si conclude rovinosamente per Driver (Mel Gibson) dopo aver varcato il confine messicano. L’uomo, in seguito a un consistente furto di denaro, viene gettato dalla corrotta polizia di frontiera nella squallida ma incredibile realtà di “El Pueblito”: un carcere decisamente fuori dagli schemi in cui tutto è possibile – affittare un fatiscente monolocale o andare al ristorante -  e ciascuno ha il suo prezzo.

 

Driver, superato il comprensibile stupore iniziale, fa appello al suo innato spirito d’adattamento per cercare una propria dimensione all’interno di quello stravagante e spietato mondo. Di lì a poco, l’incontro con un ragazzino di dieci anni scaltro quasi quanto lui (Kevin Hernandez) gli apre gli occhi sulle feroci leggi che governano “El Pueblito”, vera e propria società dietro le sbarre dove, in quanto tale, esiste una gerarchia che è meglio rispettare, se si tiene alla vita.

 

“El Pueblito”, al secolo Centro de Readaptacion Social de la Mesa, costruito a Tijuana nel 1956, era conosciuto come la peggior prigione del Messico. Non solo i detenuti godevano di una grande autonomia, quando non addirittura di privilegi, ma il traffico di droga era florido e disinvolto e alla famiglia dei carcerati era consentito vivere entro le mura della prigione, ai fini – così si credeva – di facilitare il reinserimento dei detenuti nel mondo esterno.

Oltre 700 case e negozi di ogni tipo vennero poi costruiti intorno al cortile principale del carcere.

In “Viaggio in Paradiso”, questo caotico incubo di sovraffollamento, sudiciume e strutture improvvisate è stato magistralmente progettato dallo scenografo Bernardo Trujillo e ricostruito nella città di Veracruz, all’interno del penitenziario Ignacio Allende, chiuso nel gennaio 2011.

Per il direttore artistico Jay Aroesty è stata un’esperienza assolutamente non convenzionale; i set di “El Pueblito” sono stati infatti realizzati coinvolgendo e mischiando ogni sorta di materiali e colori per ricreare al meglio ogni dettaglio della soffocante atmosfera del carcere autentico.

Il risultato è godibile e interessante, aprendo una finestra su quello che è stato (“El Pueblito” è stato definitivamente sgombrato nel 2002) un microcosmo tanto surreale quanto brutalmente concreto.

 

La pellicola, complessivamente, cattura l’attenzione dello spettatore e la mantiene viva fino alla fine, complice l’accattivante interpretazione di Mel Gibson, che veste perfettamente i panni del delinquente dal cuore d’oro, ingegnoso e sardonico.

Nonostante il contesto in cui il film è ambientato, non vengono approfonditi temi “impegnati” e anche la potenziale componente di denuncia sociale si limita, un po’ superficialmente, a liquidare freddamente gli antagonisti di Driver con l’etichetta di “cattivi”.

Il regista ha scelto di raccontare una storia coinvolgente e senza pretese, riuscendo adeguatamente nel suo intento.

Tuttavia, il lieto fine è stiracchiato, ai limiti del verosimile, conducendo il pubblico a sfogare inevitabilmente la tensione accumulata in una catartica ma sorniona esaltazione del personaggio di Driver; forse non a caso, dal momento che il tocco e l’occhio di Gibson sono dietro ogni angolo del lungometraggio.

Azzeccato e brillante il titolo originale “How I Spent My Summer Vacation”; peccato per lo scialbo e impropriamente esotico adattamento nostrano.

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