Fare film indipendenti conviene, costano meno

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Conversazione con Ivan Pezza su cinema, pubblico e mercato

“Dove non arriva il budget arriva la fantasia” recita così la scritta che apre il sito della Miticom Production, uno slogan che sintetizza in maniera semplice ma efficace la filosofia della società di produzione di Ivan Pezza e Giovanni Giuliani, una compagnia piccola ma prolifica, votata alla qualità e soprattutto fieramente indipendente. Al recente Festival del Cinema di Salerno la Miticom ha portato due film: L’Alibi Violato, nella sezione competitiva, e Il Volo di Dio. «Questa seconda pellicola abbiamo dovuto presentarla fuori concorso – spiega Ivan Pezza – perché la regista era in giuria». Francesca Garcea ha comunque ricevuto la Targa del Rotary Club Salerno Est “per il simbolico viaggio spirituale che attraverso le immagini del film sostenute da una recitazione teatrale raggiungono un finale di promozione dell’uomo”. Mentre la protagonista de L’Alibi Violato, Jun Ichikawa, nota al pubblico televisivo per la serie Ris, è stata premiata come attrice rivelazione.

 

Ivan Pezza, il problema delle produzioni indipendenti è che spesso o non si vedono proprio oppure fanno una fugace apparizione solo su pochi schermi.

 L’Alibi Violato, per esempio, avrà una distribuzione?

«Ce l’ha in mano Osvaldo De Santis, direttore generale della 20th Century Fox, ma questo perché nel cast ci sono personaggi noti grazie alla tv come Jun Ichikawa, Edoardo Velo e altri».

 In un altro vostro film recente, Said, accanto alla Ichikawa invece ci sono tuti attori meno noti.

«Il protagonista è un ragazzo di colore, Kassim Yassim, che prima faceva il commesso. Nel film fa il boss, una volta tanto non abbiamo il solito “marocchino” sfigato».

 Quando verrà distribuito Said?

«Come al solito abbiamo trovato delle vendite internazionali ma non italiane. È l’annoso problema del cinema nostrano, in Italia ti chiedono  sempre se ci sono nomi. Io sono convinto di una cosa e lo dice anche il pubblico: ci sono film come La Prima Linea che nonostante Scamarcio e la Mezzogiorno sono flop, non servono per forza attori famosi per fare un film».

 A proposito, cosa pensa del fatto che Occhipinti ha rifiutato i contributi statali per La Prima Linea?

«Che è stata una decisione coraggiosa. Stimo molto Andrea per questo».

 Said è un noir, un poliziesco a mano armata abbastanza inusuale per il cinema italiano contemporaneo.

«Ce ne abbiamo anche un altro in cantiere di lavoro inusuale. Sto per lanciare un giovane regista di un mediometraggio di 60 minuti da cui tireremo fuori un film ispirato a Metal Gear Solid, un video gioco della Play Station 3. Su internet in una settimana abbiamo avuto 200.000 contatti. Ma la questione anche qui è sempre la solita, tutti hanno detto che questa cosa è bellissima e però non si trovano contatti. Allora noi cosa faremo? Prenderemo questo film, lo gireremo in Italia e lo distribuiremo all’estero. Io sto cercando di smuovere questo sistema, voglio arrivare a far capire alle persone che il cinema indipendente conviene, perché costa di meno. Se fai un film come Baaria che costa 30 milioni di euro e ne incassa 9, vale solo per l’immagine. Allora perché l’hai fatto? Barbarossa è costato 29 milioni di euro e ne ha incassati appena 500.000…».

 Eppure di pubblicità ne hanno avuta tanta, di entrambi si è parlato per giorni sulla stampa.

«In Baaria hanno messo dentro Ficarra e Picone, a un certo punto c’è Raoul Bova, poi Monica Bellucci della quale per dieci secondi s’intravede il seno. In sala qualcuno ha detto “manca solo il Gabibbo”. Alla fine il pubblico non è cretino e non l’ha premiato, anche se dappertutto c’era solo Baaria. Allora si poteva fare il film con 20 milioni di euro e gli altri 10 investirli per 20 produzioni indipendenti a 700.000 euro. Può darsi che tra quei 20 un Sergio Leone lo trovi. Ce ne sono tanti di registi bravi che stanno nell’ombra perché non gli dà retta nessuno».

Purtroppo il cinema indipendente ha poca visibilità?

«Perché c’è un pregiudizio di base: il cinema indipendente viene considerato sempre quello fatto da sfigati con una telecamerina. Non è così. Said è fatto in 35mm e anche gli altri. Per le riprese de Il Volo di Dio abbiamo perfino affittato una nave».

 Ed è costato tanto?

«No, macché, io adesso sono in grado di fare film in 35mm in 5 settimane con 800.000 euro scarsi».

 Quindi si può fare?

«Si deve fare. Said è costato 200.000 euro».

 E possono uscirne prodotti con mercato?

«Devono avere un mercato, ma non ce l’hanno».

 Lei come è arrivato alla produzione cinematografica?

«Ho cominciato come attore, ma non mi piaceva, non faceva per me. Un giorno dovevo avere i capelli biondi, un altro neri. Io voglio quella libertà che con c’è nel fare l’attore. Poi ho lavorato come aiuto regista e da lì il passaggio alla produzione è stato quasi obbligato. È un errore pensare che da aiuto regista si diventa regista. Il ruolo dell’aiuto è quello di coordinatore, quindi più vicino alla produzione. Ho lavorato con Rizzoli che mi pagava un sacco di soldi ma a un certo punto ho deciso di mettermi in proprio».

 E ha scelto il cinema indipendente, una scelta di campo.

«Assolutamente sì».

 Come lo vede il futuro del cinema?

«In risalita se le persone indipendenti si uniscono e non si mettono in contrasto tra di loro. Un piccolo bagliore, un puntino di luce lo vedo se si troverà una distribuzione che anche con tre copie crederà in un film di un produttore indipendente. Fatto quello ci sono tanti tecnici in gamba che vogliono farlo questo mestiere e sono pronti a rischiare. Poi lasciamolo decidere al pubblico se siamo bravi oppure no».

 

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