Grazie ragazzi: c’è sempre una seconda occasione

Con Grazie ragazzi, in distribuzione nelle sale cinematografiche dal 12 gennaio, Antonio Albanese è protagonista per la quarta volta di un film diretto da Riccardo Milani. Dopo Mamma o papà? (2017) e i due titoli della saga di Come un gatto in tangenziale (2017 e 2021), nei quali recitava al fianco di Paola Cortellesi, qui è lui il motore unico della vicenda, ma condivide la scena con un gruppo straordinario di attori, per una pellicola corale che pur rimanendo nei recinti della commedia, ci regala una storia a sfondo sociale, a tratti commovente, ma soprattutto vera. Sì, perché Grazie ragazzi è tratto dal francese Un triomphe di Emmanuel Courcol, a sua volta liberamente ispirato alla vera storia di Jan Jonson, un attore svedese che nel 1985 portò l’opera teatrale Aspettando Godot di Samuel Beckett nel carcere di Kumla, la prigione che ospita i criminali più pericolosi della Svezia.

Antonio Cerami (Antonio Albanese) è un attore disoccupato che non lavora da tre anni. Per sbarcare il lunario, fa la spola tutti i giorni dal suo rumoroso appartamento attaccato all’aeroporto di Ciampino al centro di Roma per doppiare film porno. Quando il suo vecchio amico e collega Michele (Fabrizio Bentivoglio) gli propone di insegnare recitazione nel laboratorio teatrale del carcere di Velletri, seppur  riluttante, accetta. Certo, avrebbe preferito tornare a calcare le scene, ma nella situazione in cui si trova è costretto ad adeguarsi, facendo anche cose che non lo convincono per niente. Come ad esempio varcare il cancello di una prigione ed entrare in contatto con dei criminali strafottenti e forse pure pericolosi, che sono lì solo perché hanno preferito il suo corso ad altre attività ancor meno attraenti. Se non bastasse, poi, la severa direttrice del penitenziario –  una Sonia Bergamasco parente stretta della dottoressa Sironi del Quo vado? di Checco Zalone – gli concede solo sei giorni per preparare gli attori-detenuti a mettere in scena delle favole. Antonio porta a termine il suo compito, ma sente che questo non si è ancora esaurito. Le poche ore trascorse con quell’umanità dolente e in perenne attesa hanno toccato corde nascoste e risvegliato in lui il sacro fuoco della recitazione. Così convince la direttrice a prolungare il corso, perché gli è balenata nella mente un’idea malsana: mettere in scena Aspettando Godot di Samuel Beckett, il testo ideale per il suo gruppo inconsueto di attori, perché “loro sanno cosa vuol dire aspettare: non fanno altro”. Il suo ritrovato entusiasmo contagia anche i detenuti, ognuno dei quali ha i suoi personali motivi per tuffarsi nell’avventura. Diego (Vinicio Marchioni), il boss, vuole rendere orgoglioso il figlioletto che la moglie non gli fa vedere da anni; il balbuziente Damiano (Andrea Lattanzi) cerca di elevarsi dalla sua condizione di semianalfabeta; il simpatico Mignolo (Giorgio Montanini) vuol farsi bello agli occhi della focosa consorte; Aziz (Giacomo Ferrara), arrivato in Italia a bordo di “un gommone sgonfio”, vede nella recitazione, per la quale si rivela particolarmente dotato, una forma di riscatto. Poi c’è il rumeno Radu (Bogdan Iordachioiu), addetto alle pulizie dotato di un’inaspettata sensibilità artistica, che con un colpo di genio donerà allo spettacolo un tocco inedito e surreale. Tutti, fra le pagine del testo di Godot e sulle tavole del palcoscenico, scoprono il potere liberatorio dell’arte e la sua capacità di regalare una speranza.

Con semplicità e leggerezza, senza mai abbandonarsi a facili giudizi morali, Milani apre una finestra su un universo, quello carcerario, ancora avvolto da diffidenza e pregiudizio. Un mondo nel quale decine di persone, ogni giorno, lavorano per offrire le condizioni necessarie a coloro che si trovano dietro le sbarre, affinché possano intraprendere un percorso dignitoso per reinserirsi nella società, una volta espiata la pena. In Italia esistono da anni diverse esperienze di teatro in carcere. La più famosa è sicuramente quella di Armando Punzo, regista e drammaturgo che nel 1988 ha cominciato a lavorare con i detenuti di Volterra, dando vita successivamente alla Compagnia della Fortezza. Prima di lui c’erano stati gli esperimenti di Riccardo Vannuccini a Rebibbia, a partire dal 1982, e di Luigi Pagano nel 1984 a Brescia. Oggi è soprattutto il grande penitenziario romano di Rebibbia a portare la bandiera della struttura più aperta e innovativa in questo senso. Grazie alle direzioni illuminate che si sono succedute negli anni, ma in virtù soprattutto dell’impegno profuso da operatori culturali come Fabio Cavalli e Francesca Tricarico. I due attori e registi, nella sezione maschile e femminile dell’istituto di pena, rispettivamente con la compagnia del “Teatro libero di Rebibbia” e con “Le donne del muro alto”, sono impegnati da tempo nell’insegnamento della cultura teatrale e della recitazione, mettendo in scena importanti opere, studiate, rivisitate e portate davanti a un pubblico, anche al di fuori delle mura carcerarie. Un percorso che nel caso di Cavalli ha valicato addirittura i confini nazionali affermandosi a livello planetario grazie al successo del film Cesare deve morire dei fratelli Taviani, interpretato proprio dagli attori-detenuti del carcere di Rebibbia.

GRAZIE RAGAZZI

Commedia

Regia: Riccardo Milani.

Cast: Antonio Albanese, Vinicio Marchioni, Giacomo Ferrara, Giorgio Montanini, Andrea Lattanzi, Bogdan Iordachioiu, Sonia Bergamasco, Fabrizio Bentivoglio, Gerhard Coloneci, Nicola Rignanese, Imma Piro

(foto di Claudio Iannone)