Babylon: tra opulenza e miseria, Chazelle racconta la vecchia Hollywood

(di Claudia D’Agnone) Babylon, il nuovo lungometraggio di Damien Chazelle, nelle sale dal 19 gennaio, è il film sulla vecchia Hollywood che non ti aspetti. Sembra quasi scritto in contrapposizione a La la land – il fortunatissimo film che fece guadagnare a Chazelle l’Oscar come miglior regista nel 2017 – che pur avendo un retrogusto amaro, descriveva con amore il mondo del cinema in un musical così farcito di citazioni che sembrava quasi più un omaggio che un lavoro a sé stante.

Dimenticatevi gli ossequi, comunque, perché in Babylon c’è tutta la confusione che il nome può suggerirvi e quanta più verità Chazelle sia riuscito a metterci. Il film si apre con la traversata lunga e improbabile di un elefante fino a una festa stravagante, sguaiata ed eccessiva di una Hollywood dei primi anni ’20: tutto è tanto, troppo, c’è un’orgia reale e una visiva, da cui veniamo totalmente abbacinati grazie alla maestria con cui il regista dirige questa carrellata continua nel mondo sotterraneo a quello patinato del cinema, fatto di droghe, eccessi, soldi sporchi e anche diversi liquidi corporei che Chazelle non ci risparmia.

Margot Robbie è Nellie LaRoy

La storia ricalca un po’ il racconto che venne fatto in Singin’ in the Rain (pellicola citata in maniera parecchio esplicita dall’inizio del film fino al grande exploit del finale): il passaggio del cinema da muto a sonoro, ma senza la patina dorata che il musical del 1952 con Gene Kelly manteneva. L’opulenza degli anni ’20 viene mostrata in ogni sfaccettatura possibile, dalla meraviglia all’orrore: era tanta, certo, ma era fondamentalmente anarchica.

Il film si concentra su tre figure fondamentali: Manuel “Manny” Torres (Diego Calva), giovane messicano che sogna di entrare a far parte dell’industria cinematografica; Nellie LaRoy (Margot Robbie), una giovane donna bellissima e un po’ sguaiata del New Jersey, che ambisce alla fama; e Jack Conrad (Brad Pitt) che è la sintesi di moltissime grandi glorie del cinema muto che vedono crollare il loro mito con l’arrivo del sonoro.

Sullo sfondo di un’opera corale che, forse, concede loro meno spazio di quanto avrebbero meritato, abbiamo Lady Fay Zhu (Li Jun Li), una cantante di cabaret e un’attrice, impiegata per lo più per scrivere le didascalie dei film muti, che non ottiene il successo sperato per via della sua etnia e delle sua omosessualità e il trombettista di colore Sidney Palmer (Jovan Adepo), il quale gode di una breve fama nei primi anni del cinema sonoro, ma è vittima anche di atti di razzismo che lo spingono ad abbandonare i riflettori.

Brad Pitt è Jack Conrad e Diego Calva è Manny Torres

Apprezzabile la volontà di Chazelle di mostrare ogni faccia del mondo che ama e per cui lavora, che non è fatto solo di luci della ribalta e non è solo per “gli audaci”, come ci diceva in La la land. Quasi tutte le figure presenti nel film hanno, infatti, degli analoghi storici, ma il regista concede al racconto anche un andamento contemporaneo (soprattutto dal punto di vista dei dialoghi), probabilmente per mostrare allo spettatore come l’industria cinematografica non sia così cambiata da quella di cento anni fa.

Le interpretazioni dei tre protagonisti sono assolutamente magistrali: ogni personaggio ha un momento di gloria e una caduta e, per le tre ore abbondanti del film, noi siamo al fianco di Manny Torres che insegue il suo sogno ed è disposto a qualsiasi cosa purché si realizzi, siamo con Nellie LaRoy, che da giovane e ingenua quale è, lascia che l’edonismo del mondo cinematografico la travolga, beviamo un cocktail con Jack Conrad, che guarda la sua fama sgretolarsi senza che possa farci alcunché.

A livello registico Chazelle si dimostra all’altezza, confermando quegli allori che da qualche anno si è guadagnato sul campo: mette a segno diverse scene particolarmente efficaci, come il quadro iniziale che, come nei suoi lavori precedenti, si rivela forte e quasi motore propulsore della storia stessa, ma anche un ottimo momento in cui ci mostra le diverse produzioni cinematografiche che si svolgono in contemporanea sulle colline di una Hollywood che pare essere ancora sperimentale, pura, confusionaria e gioiosa, insomma un allegro caos prima della tempesta che il sonoro porterà con sé.

Margot Robbie

E proprio la colonna sonora, affidata alla maestria di Justin Hurwitz, che collabora con Chazelle fin dal suo primo grande film, Whiplash, a conferire al film quel tocco in più. In Babylon, infatti, la musica di Hurwitz scorre insieme alla narrazione per aggiungere colore e ritmo, funziona da vero e proprio spinterogeno per l’intera pellicola. Ma Chazelle è un appassionato di musical e sa bene quanto la colonna sonora sia importante per la buona riuscita di un prodotto, quindi la sua scelta non sorprende, tanto quanto non ci meraviglia il quadro finale – di cui non vi anticipo nulla – che forse viene vissuto come un’ultima fatica dallo spettatore, prima di uscire dal cinema con un groviglio un po’ confuso di idee.

Babylon è folle, è tanto, è un up and down emotivo di tre ore che non mira a fare un panegirico del mondo cinematografico, ma a raccontarcelo in tutte le sue contraddizioni: c’è bellezza e sconquasso, c’è fama e sfruttamento, c’è opulenza e miseria.

Non vuole essere una sontuosa epopea sulla vecchia Hollywood, ma un film onesto e appassionato, che forse poteva limare qualche scena e abbassare il minutaggio complessivo della pellicola, ma che di sicuro non vi farà uscire dal cinema indifferenti.