Verdelli, il mio “Canto” per Lelio, “Il giovanotto matto” di Trieste

(di Antonella Putignano) Giorgio Verdelli, regista, autore, documentarista, racconta, attraverso i suoi preziosi “quadri d’artista”,  non solo la carriera, i successi dei protagonisti, ma la ricerca umana che si svela tra le note di un viaggio intimo, personale.  Perché il mestiere non nasce dal caso e tra “Le cose che restano” –  per citare il suo bellissimo biopic dedicato ad Ezio Bosso – oltre al talento c’è l’anima, la sensibilità. Il percorso interiore. Gli incontri che arricchiscono l’esperienza. La vita che abbraccia l’arte. Le canzoni che traducono le emozioni.

A farci un regalo, con Souvenir d’Italie – il documentario dedicato al grande musicista, presentatore e showman,Lelio Luttazzi – è appunto  Giorgio Verdelli.  La pellicola – recentemente presentata al Festival del Cinema di Roma, nella categoria Freestyle –  ha, inevitabilmente, riscaldato i cuori degli appassionati del “portatore sano di smoking”, come lo definiva Enrico Vaime.

Ma il racconto del regista è anche l’occasione per ripercorrere la terribile vicenda giudiziaria che ha coinvolto, ingiustamente, l’artista: 27 sono i giorni che Luttazzi  ha trascorso in carcere . Il 22 gennaio del 1971 sarà, finalmente, prosciolto da ogni accusa. E con grande fatica riuscirà a riprendere il ritmo delle esibizioni, dei concerti. Luttazzi, dopo la detenzione, iniziò a diventare estremamente selettivo, centellinando le presenze in televisione. Quasi una forma di necessaria prudenza dopo la devastante voragine che lo travolse.

Giorgio Verdelli ci racconta qualcosa in più della sua preziosa avventura a spasso con “El can de Trieste”.

A farti  decidere di dedicare questo bellissimo doc a Luttazzi è stata più la sua scintillante briosa, elegante parabola artistica, o il peso della tragica vicenda giudiziaria?

Ti dirò, sinceramente, a suggerirmi di fare il documentario su Luttazzi è stata la Mad Entertainment, Luciano Stella e Maria Carolina Terzi, ma io mi sono convinto dell’idea, immediatamente, perché amo Lelio Luttazzi da sempre. E, in effetti, penso che  questa dedica  al Giovanotto Matto sia in perfetta continuità con il film che ho realizzato, anni fa, su Paolo Conte, “Nessuno è dandy se voglio io, nessuno è smoking se non il mio”. Come canta il cantautore astigiano in Nessuno mi ama.  Ho pensato fosse giusto e necessario ricostruire quel terribile fatto di cronaca che ha travolto, in maniera devastante, nel 1970, questo grande artista, proprio nel momento più intenso della sua carriera.  Parentesi di cui, nel tempo, si è parlato poco, e non adeguatamente. Penso sia importante fare chiarezza su quell’episodio che ha, inevitabilmente, cambiato il percorso della sua vita e della sua produzione artistica. Luttazzi era completamente estraneo ai fatti che lo coinvolsero e lo fecero andare in prigione.

Musicista, compositore, presentatore, attore, ma sempre Lelio, con il suo stile inconfondibile: era un uomo a servizio dello spettacolo, un sublime artigiano dell’arte,  ma la sua multiforme artisticità, secondo te, raccontava anche del Luttazzi  uomo, e come?

L’ho incontrato poche volte e solo nelle sue ultime apparizioni. Posso intuire il suo carattere dal suo repertorio musicale, dal suo modo di stare in scena: era leggero e rigoroso. Estremamente pignolo nel lavoro, nel pretendere il massimo da se stesso. Eppure, così etereo, delicato. Classe allo stato puro. Studiava, approfondiva e riusciva a far sembrare le cose complesse che faceva, invece, facili: motivetti orecchiabili  per tutti. Luttazzi faceva esattamente il contrario di quello che  fanno i  protagonisti della televisione di oggi: dare l’impressione di avere più spessore di quello che hanno. “Lelio” camminava un passo di lato alla sua grandezza: con l’ ironia esprimeva – attraverso musica, parole, immagini, gesti – la sua grande profondità. Una rara sensibilità di uomo.

Fiorello con Viva Radio 2, nel 2006, rimette indietro l’orologio e riporta Luttazzi al gran varietà in bianco e nero : cosa univa due personaggi così diversi per età anagrafica, e luoghi di provenienza? Luttazzi così triestino, Fiorello, un siciliano del mondo. Cosa avevano in comune, secondo te, l’amore per l’improvvisazione? Il gusto di fare ed essere spettacolo nello spettacolo?

Luttazzi sembrava pigro, lento, ma era un po’ il personaggio che interpretava. In realtà ricercava, sperimentava, si migliorava continuamente. Con Fiorello aveva in comune proprio l’idea del fare intrattenimento. Entrambi capaci di dire anche le cose più serie senza prendersi sul serio. L’umorismo come strumento espressivo. Un modo per entrare in empatia con il pubblico. Anche Stefano Bollani ha questa misura, questo approccio, pur suonando come suona: meravigliosamente. In modo impeccabile. Con grande tecnica e travolgente capacità interpretativa.

Lelio Luttazzi e Fred Buscaglione, entrambi con il jazz lo swing nel sangue, e della stessa generazione. Tutti e due hanno riportato quel “ritmo sincopato” che furoreggiava in radio negli anni ‘30 all’attenzione del  grande pubblico. Ovviamente, in una chiave diversa. Quanto erano diversi?

Si, entrambi hanno portato il jazz nelle case. Oltre a Luttazzi e Buscaglione, sempre nello stesso periodo, direi, anche Renato Carosone e Johnny Dorelli. Ognuno di questi artisti lo ha fatto in maniera personale ed originale. Il povero Buscaglione, purtroppo, ha avuto una vita breve e, dunque, anche una produzione musicale limitata. Luttazzi rispetto a Buscaglione si presentava in scena più timidamente, con la sua personalità aggraziata, seppur volitiva. Quasi, in punta di piedi. Buscaglione era sfrontato, più aggressivo. Recitava un ruolo. La carriera di Carosone, invece, è stata lunga e piena. Così come quella di Dorelli. Lelio Luttazzi davvero è stato un artista unico nel suo genere, completamente a suo agio in televisione, in radio, al cinema: anche nei panni d’attore.  Il suo era un modo di fare spettacolo inedito: non imitava nessuno. Si ispirava, prendeva spunto, ma era sempre solo Lelio Luttazzi.

Che emozione ti sta regalando questo successo personale e che gioia stai provando nel trovare un pubblico così affezionato a Lelio Luttazzi?

In tutta onestà, durante la lavorazione del film sentivo di restituire al personaggio la sua genialità, la complessità della vicenda giudiziaria, ma la risposta del pubblico dopo la proiezione è stata oltre le aspettative. Souvenir d’Italie è stato accolto con entusiasmo, calore, e questo mi fa immaginare che Lelio Luttazzi abbia continuato ad avere un suo pubblico anche dopo la morte. Ho capito che tra gli addetti ai lavori c’è stata, in questi anni, una grande collaborazione per divulgare, promuovere e far conoscere la musica, l’arte di questo straordinario showman.  Se Luttazzi  si può considerare, nell’immaginario collettivo, “articolo di nicchia” , allora, è plausibile immaginare che la nicchia si sia ingrandita.

Che regalo ci ha fatto Luttazzi, cosa ha insegnato al mondo dello spettacolo, alla televisione, alla radio, all’intrattenimento? Quanto e cosa ci manca di questo straordinario performer ?

Per rifare un genere alla Luttazzi ci vorrebbero anche dei registi e degli autori di quel livello: per esempio, uno come Antonello Falqui. Chi fa programmi in televisione deve tornare ad avere fiducia e stima del pubblico. Mi pare che in molti preferiscano assecondare le indicazioni di mercato, le mode, i numeri, invece di sperimentare e investire sulle idee, sul talento.

Antonella Putignano