Jean-Luc Godard: il cinema, Fino all’ultimo respiro

Del nucleo storico della Nouvelle vague, il movimento cinematografico francese nato sul finire degli anni ’50, era rimasto in vita soltanto lui, Jean-Luc Godard. François Truffaut se ne è andato nel 1984, a soli 52 anni; Éric Rohmer e Claude Chabrol, entrambi nel 2010, il primo a gennaio, il secondo a settembre; Jacques Rivette nel 2016. Godard si è spento invece all’età di 91 anni, martedì 13 settembre. Una fonte vicina al regista, citata dal quotidiano Libération, ha rivelato che sarebbe ricorso al suicidio assistito in Svizzera, ma non perché fosse malato: “Era soltanto esausto”.

Grande innovatore del linguaggio cinematografico, Godard, oltre che essere uno dei i principali esponenti della Nouvelle vague, è stato fra i più significativi registi della seconda metà del Novecento. Premiato con il Leone d’oro nel 1984 e con l’Oscar alla carriera nel 2011, ha ispirato generazioni di registi, fra questi anche Quentin Tarantino, che ha addirittura chiamato la sua casa di produzione come uno dei suoi primi film, Bande à part.

Dopo aver lavorato come critico cinematografico per i Cahiers du Cinéma, dove incontra François Truffaut, nel 1959 Godard firma suo primo lungometraggio, su soggetto proprio di quest’ultimo, Fino all’ultimo respiro, il film che diverrà uno dei lavori-simbolo della Nouvelle vague, interpretato dall’impareggiabile coppia formata da Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo. Già con questa sua prima opera si allontana dai modelli narrativi tradizionali, dal cosiddetto “cinema de papà”, distaccandosene completamente nel periodo che va dal 1960 al 1967, in cui realizza quattordici film. Tra questi Il disprezzo (1963), Bande à part (1964), Il bandito delle 11 (1965), Due o tre cose che so di lei (1967), La cinese (1967).

Negli anni ’70, in seguito alla sua “conversione” marxista, dirige una serie di film “politici”, come Vento dell’Est e Crepa padrone, tutto va bene. Quando, negli anni successivi, abbraccia l’elettronica, inizia una nuova e intensa fase di sperimentazione in cui il video, che convive col cinema, viene usato per una critica per immagini alle immagini stesse. Arrivano così Passion (1982), Prénom Carmen (1983), Leone d’oro a Venezia, e Je vois salue, Marie (1985).

Negli ultimi trent’anni la sua produzione per il grande schermo rallenta considerevolmente, ma prendono vita altri progetti come l’opera video Histoire(s) du Cinéma, che va avanti fino al 1997. Il suo ultimo lavoro, Le livre d’image, è datato 2018. Composto da una serie di video, dipinti, brani musicali e altri filmati originali suoi e di Anne-Marie Miéville – la sua ultima compagna, artista multimediale e regista – ripercorre la storia del cinema, sottolineandone l’incapacità a saper riconoscere le tragedie degli ultimi cento anni.