Riveduti e scorretti: La Scuola Cattolica Romana

(di Giorgio Cavagnaro) Non a tutti è piaciuto il ponderoso romanzo di Edoardo Albinati. Non tutti hanno apprezzato il film che Stefano Mordini ne ha tratto nel 2021. Personalmente ho trovato La scuola cattolica, passato di recente su Sky, un ottimo film, perfettamente rispondente ai cieli così poco romani, grigi e opprimenti, che caratterizzano il libro. Inoltre, il racconto trae sicuro giovamento dalla narrazione per immagini, regalandogli quella fluidità che la parola scritta non sempre garantisce.

Conosco bene, anche se dall’esterno, il mondo descritto nel film, perché sono nato e cresciuto a Roma, nel quartiere Trieste. L’istituto San Leone Magno, sfondo e convitato di pietra delle vicende, era considerato da noi allegri studenti della scuola pubblica degli anni Settanta un universo a parte, un mondo misterioso ma in realtà poco significativo. Un’entità che era giusto ignorare fregandosene bellamente, magari approfittando dell’ottima piscina e dei campi sportivi curatissimi di cui la scuola disponeva.

Poi ci fu il delitto del Circeo. E fu come se la nebbia stagnante e uggiosa che ricopriva la Scuola Cattolica del quartiere si lacerasse e il velo protettivo diventasse di colpo un sudario insanguinato. Tre studenti del liceo, di quel liceo, avevano ideato e compiuto uno dei delitti più orrendi del secolo scorso, torturando senza alcun motivo due ragazze di periferia nella villa al mare di uno dei tre, un massacro insensato in cui una di loro, Rosaria Lopez, perse la vita.

Non era facile descrivere il mondo ovattato dei figli di papà repressi, l’humus da cui scaturisce, apparentemente senza preavviso, la violenza bestiale, senza puntare il dito accusatore solo sull’ambiente scolastico. Il quale nel film appare (e certamente era) semplicemente la risposta ideale, offerta a caro prezzo, a genitori nel migliore dei casi distratti e assenti: la soluzione più comoda utilizzata da certe famiglie benestanti dell’epoca per togliersi dalle scatole i figli ingombranti.

Il film di Mordini riesce nel delicato compito con l’aiuto di un cast molto ben scelto, tra cui spiccano la follia omicida di Luca Vergoni (un Angelo Izzo terrificante) e l’identificazione perfetta di Benedetta Porcaroli in Donatella Colasanti, la ragazza sopravvissuta al martirio.