“Plissken”: la Cronenter Films “immagina” le origini del mito in un lavoro tutto italiano

(di Walter De Stradis) Se fossimo in ambito letterario, forse utilizzeremmo il termine, un po’ più “sofisticato”, di “apocrifo”; trattandosi tuttavia di cinema – e stante comunque l’ineludibile questione del copyright del personaggio protagonista – un lungometraggio come “Plissken” lo si definisce tecnicamente un “fan film”. Con tale epiteto solitamente si fa infatti riferimento a un film realizzato – appunto – dai “fan” (che siano professionisti del settore o meno: si pensi al celeberrimo, e perduto, “Batman/Dracula” di Andy Warhol), e come tale privo di scopi di lucro e/o commercializzazione, trattandosi unicamente di un omaggio, di un tributo disinteressato, a una serie o a un personaggio che si adora.

Quelli della “Cronenter Films” (il nome è già tutto un programma), sembrano comunque aver preso molto sul serio l’idea e l’opportunità di fare un lungometraggio tutto loro, e tutto italiano, sul protagonista di “1997 Fuga da New York” (1981) di John Carpenter: il celeberrimo Jena (“Snake” nell’originale) Plissken interpretato da Kurt Russell.   

 

Ne consegue che il “fan movie” della crew genovese, diretto da Alessio De Bernardi, è un lungometraggio di azione e fantascienza distopica con tutti i “crismi” di un lavoro “originale” (seppur con le ovvie e dovute proporzioni rispetto alle produzioni hollywoodiane): vale a dire location evocative, effetti speciali digitali, musiche originali e doppiaggio professionale di altissimo livello. La voce del “nostrano” Jena Plissken (interpretato sullo schermo, con singolare efficacia, dall’attore Mario Giustini) è infatti –cosa abbastanza insolita per un “fan movie”- quella “storica”, presente nella versione italiana del film di riferimento (“1997 Fuga da New York”), ovvero quella del grande doppiatore Carlo Valli. Ma non è l’unico “big” del doppiaggio a essere stato arruolato, come vedremo.

Il risultato finale del lungometraggio (disponibile su un dvd abbinato -gratuitamente- a quello del precedente lavoro di De Bernardi, l’horror claustrofobico “Stuck”) è un film – che si propone di narrare addirittura le “origini” inedite del celeberrimo Snake – con un buon ritmo e con una forte dose di fascino, innegabile per chi ha amato le gesta dell’antieroe nichilista con la benda sull’occhio e l’aria sempre scocciata.

Abbiamo avuto modo di parlarne diffusamente, tanto col regista De Bernardi, quanto col protagonista Mario Giustini.

De Bernardi, il vostro “fan film” è davvero molto accurato. L’impegno profuso fa sì che questo “Plissken” –se non fosse uscito in forma “di omaggio” a un personaggio di proprietà altrui- non avrebbe avuto molto da invidiare a un film “ufficiale”, perlomeno in ambito di “cinema di genere”. Quando e come vi è venuta l’idea? E perché un “prequel” di “1997 Fuga da New York” e non magari un (ulteriore) seguito?

ALESSIO DE BERNARDI – L’idea di fare un prequel, piuttosto che un seguito o un reboot, è venuta a me, perché ho sempre pensato che sarebbe stato più interessante rivelare certe dinamiche che nel film originale, “1997 Fuga da New York”, erano solamente accennate. Faccio un esempio: quando, nel film di Carpenter, Jena arriva a New York, tutti sanno chi è, cos’ha fatto e addirittura lo credono morto; ecco, io mi sono sempre chiesto perché, e con questo “prequel” cerchiamo –nel nostro piccolo- di dare una spiegazione.

“Plissken” mi ricorda a tratti anche alcuni film italiani –quelli del cosiddetto “cinema bis”, come lo definisce qualcuno- risalenti agli anni Ottanta del secolo scorso. Mi riferisco a titoli “simil-Carpenter” (dei vari Castellari, Martino etc): al di là del cambiamento delle tecniche intercorso nei decenni, in cosa vi sentite diversi (o simili) rispetto a titoli come “Fuga dal Bronx” o “2019 – Dopo la caduta di New York”?

A.D.B. – Non ci avevo pensato, ma in effetti il nostro film ricorda molto alcune cose di Castellari e di un cinema che si faceva –ahimè- una volta. In comune c’è sicuramente il fatto che attori italiani vengano doppiati da grandi voci, ma il nostro film vuole essere un omaggio, oltre che al genere, al cinema di John Carpenter in particolare: ci sono tutta una serie di piccolissime “chicche”, chiamiamole così, che fanno riferimento anche ad altri suoi film come “Christine la macchina infernale” o “Distretto 13 Le brigate della morte”.

Qual era l’errore, l’inciampo principale che avete cercato di evitare nel realizzare “Plissken”?

A.D.B. – Abbiamo cercato innanzitutto di evitare i cliché legati al personaggio, come il famoso “Chiamami Jena” o altre cose già viste nel primo film, così come nel successivo “Fuga da Los Angeles”. Ci tenevamo insomma a fare una cosa tutta nostra, usando il personaggio di Jena Plissken, certo, ma mostrando anche qualcosa di diverso: in questa storia lui non ha una missione vera e propria, come in precedenza, ma si trova ad aiutare -e non è neanche troppo coinvolto- un amico che ne ha una (recuperare una videocassetta, laddove in “1997” si trattava di un nastro); c’è poi il fatto che lui, Snake –tradito sempre da qualcuno nei film precedenti- in questo caso si trova paradossalmente lui a “tradire” qualcun altro. Questo è il tipo di parallelismi usati.

Alla fin fine, quali sono le vostre aspettative per questo film?

A.D.B. – Il progetto iniziale, mancando più di un anno, era di fare uscire questo film in occasione del quarantennale esatto di “1997 Fuga da New York”, ma non ce l’abbiamo fatta a causa del Covid. In ogni caso, il nostro intento è quello di far conoscere Jena Plissken ai giovani neofiti, ma anche di farne un omaggio a beneficio di chi, come me, con un personaggio così iconico e formidabile ci è cresciuto.

Giustini, lei interpreta il protagonista, che è proprio lo Snake Plissken interpretato da Kurt Russell in “1997 Fuga da New York”. Qual è stato il suo approccio a un personaggio notissimo, marchiato a fuoco nell’immaginario cinematografico? Come evitare la semplice “imitazione” e renderlo -allo stesso tempo- riconoscibile allo spettatore?

MARIO GIUSTINI – Questo film è nato durante la lavorazione del precedente “Stuck – Intrappolati nell’oscurità” , un horror scritto e diretto sempre da Alessio De Bernardi. A un certo punto, infatti, il regista mi disse che in alcune scene gli ricordavo Jena Plissken; sul momento ci siamo fatti due risate (nessuno pensava di potersi realmente confrontare con quel mostro sacro), ma poi la cosa ha via via preso corpo. Certo, all’inizio più che altro c’era voglia di fare qualcosa di goliardico (avevamo pensato a un “Fuga da Bargagli”, ovvero a una parodia in genovese), visto che rifarsi seriamente a John Carpenter era qualcosa di molto difficile e anche di rischioso. Poi però abbiamo pensato di provarci davvero, con un cortometraggio, che alla fine è diventato un film vero e proprio di ottanta minuti. Il mio approccio al personaggio? E’ stato quasi comico: quando Alessio me l’ha proposto, l’ho trovata una cosa stimolante e ambiziosa, ma dall’altro lato anche rischiosa, come dicevo, specialmente per me, che quando uscì il film originale avevo nove anni, ed ero poi cresciuto intriso di quell’immaginario (da bambino giocavo a fare Jena davanti allo specchio). E così, una volta presa la decisione, mi sono fatto delle “sciroppate” di “1997”, tagliando e cucendo tutte le parti in cui c’era Kurt Russell, e me lo sono studiato a fondo. Ben consapevole di non potermi mai paragonare a lui, ho cercato comunque di cavarne l’essenza, i suoi punti caratteristici (anche vocali), e li ho utilizzati per vestire il suo personaggio: ad esempio il suo modo, sempre un po’ “guasconesco”, di muoversi, specie quando entra noi posti nuovi e li guarda tra lo schifato e il “ma che cazzo ci sto a fare qui?!”, con quell’atteggiamento da bulletto di periferia, tipico di certi anni Ottanta.

C’è stato, durante la lavorazione, un momento, una scena, che le ha dato più pensieri di altre? E qual è stato il momento in cui ha capito che il suo personaggio, e tutto il film, alla fin fine sarebbero risultati comunque credibili?

M.G. – Il nostro “Plissken” è un action movie puro, e infatti Alessio mi ha chiesto di recitare molto col fisico (tra l’altro, già in “1997”, lo stesso Kurt Russell non aveva poi queste grandi partiture di dialogo). Di conseguenza, anche il mio Jena è quasi sempre in azione -battaglia, lotta corpo a corpo, passaggi in luoghi angusti- e abbiamo passato intere giornate di set in ambienti disagevoli; pertanto la mia recitazione è stata improntata principalmente alla fisicità. La parte più difficoltosa è stata quando, verso la fine del film, il mio Jena se ne va via con la moto, e io ho dovuto guidarla con un occhio solo (il personaggio porta una benda – ndr)! Alessio ha poi la peculiarità di mandare un pre-montato alla crew, a fine giornata, per fare il punto sulle riprese; beh, applicate le dovute “tare” tra Mario e Kurt Russell, ci siamo resi conto che il personaggio reggeva, e che reggeva anche la sfida rappresentata dalla differenza d’età (nel film originale Kurt aveva trent’anni, ma io mi sono trovato a girare questa storia “precedente” alla soglia dei cinquanta!). Direi dunque che la sfida è stata colta e che, beh, qualcosa l’abbiamo pure portata a casa.

Lei è stato doppiato da Carlo Valli, storica voce di Kurt Russell, anche nel film originale. Indubbiamente questo particolare contribuisce al risultato finale. Come lo avete contattato? E’ stato subito disponibile o magari ha avanzato richieste e voluto garanzie particolari?

M.G. – Beh, noi attori abbiamo un ego un po’ ingombrante: infatti quando Alessio, a fine riprese, mi disse che mi avrebbe fatto doppiare (dopo che mi ero studiato proficuamente tutti gli “appoggi” e la vocalità di Kurt Russell, che nel film originale aveva recitato senza toni), gliene chiesi il motivo. Lui mi rispose che aveva trovato “un certo Carlo Valli” disposto a farlo. “Magari lo conosci”, aggiunse. Mi fece questa “supercazzola”, insomma, e io mi sentii investito di un grande onore, perché Valli ha doppiato tutti i più grandi attori di Hollywood. Lui poi è una persona squisita, disponibile, ha subito abbracciato il progetto a piene mani, ed è stato entusiasta (ha doppiato tutte le clip a Roma, in studio, e poi ce le ha rispedite). Si può dire che l’ingaggio di Carlo ha poi aperto la strada: nel film abbiamo infatti anche la voce di Loris Loddi, grandissimo doppiatore (Val Kilmer, la serie “Dexter”…) e anche tutti gli altri attori sono doppiati da professionisti. E tutto ciò, in un “fan movie”, alza il livello di parecchio!