“Non siamo più vivi”, la Corea del Sud colpisce ancora con la nuova serie horror di Netflix

(di Giulia Anzani Ciliberti) Un piccolo ma variegato gruppo di studenti e studentesse si trova intrappolato nel liceo di Hyosan, punto di partenza di un’epidemia che trasforma le persone in morti viventi affamati di carne umana. I ragazzi sopravvissuti dovranno riuscire a cavarsela senza acqua, cibo e linea internet in attesa dei soccorsi, mentre i loro compagni, professori e parenti si trasformano in zombie. Questa è, in breve, la trama dei 12 episodi di Non siamo più vivi – Siamo tutti morti, tradotta letteralmente dal titolo coreano – la nuova serie sudcoreana disponibile su Netflix e basata sul webtoon (fumetto pubblicato sul web) di Joo Dong-geun.

All of us are Dead Cr. Yang Hae-sung/Netflix © 2021

La serie affronta diversi argomenti, tipici dei racconti di formazione: l’amicizia, le prime cotte, la fiducia (o sfiducia) nei confronti degli adulti, ma anche il bullismo e le molestie, temi drammaticamente attuali all’interno delle scuole di tutto il mondo. I protagonisti sono fortemente caratterizzati, quasi macchiettistici, dai caratteri sempre più delineati nel corso delle puntate: c’è la secchiona, il bullo, il più carino della classe, il nerd, le vittime, l’innamorato, la snob. Archetipi precisi che sin da subito fanno rimanere ben impressi i personaggi.

Tutto questo fa da cornice a un’atmosfera horror ma non cupa. I ragazzi sono sempre in azione, presi dai colpi di scena pressoché continui, e a volte le situazioni sono così estreme da apparire parodistiche, se non trash. Gli zombie lenti e inquietanti divenuti simbolici di The walking dead, sono qui sostituiti da veloci e rumorosi morti viventi, più simili a dei cani randagi che a degli esseri umani. 

All of us are Dead (L to R) Yoon Chan-young as Lee Cheong-san, Lomon as Lee Su-hyeok in All of us are Dead Cr. Yang Hae-sung/Netflix © 2021

Al di là di ogni considerazione, Non siamo più vivi resta una serie 1178godibile che, ancora una volta ci avvicina alla Corea del Sud, con tutte le differenze del caso con il nostro modo di “fare cinema”. Sono anche presenti spunti di riflessione, come il non essere “bambini ma nemmeno adulti” dei ragazzi protagonisti, che si sentono ignorati dalla società che dovrebbe proteggerli.