La Festa delle Donne, fra sogni ed emancipazione

Yuni, Farha, Tammy, Irene e Clare, Shauna, Anna, Sofia ed Eva, Lìu, Fahrije, Nora e Libertad, Jane, ma anche Jessica, Zadie, Monica, Marina, Caterina, Susanna: tutti nomi femminili. Sono le donne, infatti, le assolute protagoniste della XVI Festa del Cinema di Roma, che si è tenuta dal 14 al 24 ottobre.

A partire da Uma Thurman, la cui iconica immagine ha aleggiato sulla manifestazione per tutta la sua durata. “Perdere la testa per una donna come te è sempre la cosa giusta da fare” – si sente dire Uma in Kill Bill, come ricorda Laura Delli Colli – e noi potremmo aggiungere che perdere la testa per tutte queste donne, non è la cosa giusta da fare, ma è semplicemente inevitabile.

Le protagoniste di Passing – il film tratto dal romanzo di Nella Larsen del 1929 e diretto in un avvolgente bianco e nero dall’attrice passata dietro la macchina da presa Rebecca Hall – sono due donne alle prese con la propria identità. Afroamericane, hanno un rapporto controverso con le loro origini. Clare si fa passare per bianca ed è riuscita perfino a ingannare il marito, che i neri li odia con tutto il cuore, cancellando i suoi legami col passato. Irene sente invece che il ghetto di Harlem la soffoca e cerca di elevarsi attraverso la frequentazione dell’illuminata – solo in apparenza – bella società newyorkese. Ma quando le due amiche d’infanzia, ritrovatesi casualmente in un pomeriggio d’estate, iniziano a frequentarsi, la menzogna e la verità finiscono per scontrarsi.

Ruth Negga e Tessa Thompson in “Passing” 

Come la Clare di Passing, il cui ritorno alle origini è fatale, anche la tredicenne de L’Arminuta, il film di Giuseppe Bonito tratto dal bestseller di Donatella Di Pietrantonio, viene restituita al suo passato. Tornare nella sua vera famiglia, alla quale non sapeva di appartenere, le fa perdere tutto della sua esistenza precedente.

Vuole fuggire dalla sua vita invece l’adolescente indonesiana Yuni dell’omonimo film della regista Kamila Andini. Yuni sogna l’università. Anche per questo rifiuta un paio di proposte di matrimonio, incurante dei pettegolezzi, delle maldicenze e delle superstizioni che si scatenano nella sua comunità. Ma lì a dettare le regole è la legge islamica.

Il sogno di continuare gli studi l’accomuna alla protagonista di Farha, il film di Darin J. Sallam, altra regista donna. La quattordicenne, che vive in un villaggio palestinese nel 1948, sfida le tradizioni che vogliono le ragazze della sua età già sposate o fidanzate: solo i maschi possono andare a scuola. Quando Farha è vicina a realizzare il suo desiderio, la guerra irrompe nel villaggio e il suo sogno sfuma per sempre.

Combatte contro la società conservatrice e retrograda kosovara pure la Fahrije di Hive, film diretto da Blerta Basholli. Da quando suo marito è stato dato come disperso in guerra, lotta per superare il dolore e le difficoltà economiche. Ma nell’arretrato villaggio patriarcale in cui vive, l’emancipazione femminile è una parola sconosciuta.

Emancipazione shock è invece quella dell’introversa, quasi quindicenne, messicana Sofia di Mi novia es la revolución di Marcelino Islas Hernández. L’incontro con Eva, giovane ribelle e anarchica, le fa scoprire l’amore e le delusioni che ne derivano.

Delusione che porta la cantante Anna del film di Carl Moberg A Thousand Hours, da Copenaghen a Berlino in cerca della propria voce nella vita e nella musica. Prima, però, dovrà imparare ad amare e a perdonare.