Totò che visse due volte. Anzi, tre

(di Antonella Putignano) “Quando tutto manca non ci rimane che farci una risata”. Questa battuta, apparentemente innocua – e assolutamente perfetta per dipingere i tempi che stiamo vivendo – non ebbe vita facile nella Roma occupata dai nazisti, nel 1944. La frase fu pronunciata da Totò durante uno spettacolo di rivista con Anna Magnani, Cosa ti sei messa in testa, come risposta a una serie di controversie legate proprio alla censura. Il titolo vero della performance – ospitata dal Teatro Valle di Roma – era, infatti, originariamente, Cosa si sono messi in testa, poi modificato perché non sembrasse una polemica con i tedeschi.

La questione della censura è cosa antica e non ha coinvolto solo il cinema, evidentemente, ma tutte le forme di arte e spettacolo. Il taglio delle opere cinematografiche, a cominciare dal 1913, anno della sua introduzione, non ha subìto, nel corso degli anni, grosse variazioni. E questo anche dopo l’entrata in vigore del nostro articolo 21 della Costituzione, scritto, e concepito, proprio per tutelare – in ogni forma espressiva – la libertà di pensiero.

Ci risulta davvero difficile immaginare che anche un film come Guardie e Ladri del 1951– con Totò e Aldo Fabrizi, diretti da Steno e Monicelli – sia passato sotto lo sguardo vigile della censura. La stessa cosa vale per il capolavoro di Monicelli I Soliti Ignoti. Il film del 1958, infatti, originariamente, si intitolava Le Madame. In ballo, per entrambi, c’era il buon nome delle forze dell’ordine. Per gli esperti delle “forbici”, le madame si riferiva un po’ troppo a quel gergo esplicito con cui la criminalità parlava della polizia.

Sicuramente uno dei film di Totò più “tartassati” dalla censura è stato Totò e Carolina, uscito nel 1955. La pellicola, diretta da Monicelli, subì infatti 82 tagli. Di recente, per fortuna, Tatti Sanguinetti e la Cineteca di Bologna hanno ricostruito il film, rimontando tutte le scene prima delle operazioni di taglio. Restituendo alla pellicola la sua bellezza integra.

Memorabile, per gli appassionati di cinema, è sicuramente la frase pronunciata da Ciccio Ingrassia nel ruolo dello zio di “Titta” in Amarcord di Fellini: “Voglio una donnaaa!”. Un taglio famoso. Lo stesso Ingrassia, in un’intervista a Repubblica, commentava così: “Ho soltanto un rammarico: fu eliminata, per motivi di censura, la scena in cui la suora saliva sull’albero dove ero appollaiato. La morale corrente di vent’ anni fa non consentiva neanche a un maestro come Federico Fellini una cosa del genere“.

L’ultimo film italiano ad avere avuto guai con la censura è stato Morituris di Raffaele Picchio, nel 2012, successivo al Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco del 1998. Per gli appassionati dello stile originale e anticonformista degli autori questo film è, ora, disponibile, online, in versione restaurata.

Ma quando un’opera viene censurata – anche se, successivamente, viene rimontata, ricostruita –  non si può non tenere conto di un percorso doloroso che gli autori fanno, e continuano a fare, per difendere l’autonomia e l’onestà intellettuale della propria produzione.

Del resto, come ci ricorda Alfredo Baldi nel suo saggio Venti Chilometri di Censura (dal 1947, al 1962), citando Norberto Bobbio, “La censura è l’esercizio di un abuso certo e incorreggibile quale rimedio a un abuso eventuale e correggibile”.

Ma la censura ha fatto vittime anche nel piccolo schermo. Un caso complesso – e famoso – di censura rimasto nell’immaginario collettivo della nostra televisione è quello che riguardò Dario Fo e Franca Rame, conduttori, nel 1962 di Canzonissima.

I due artisti, infatti, vennero censurati a causa di uno sketch “scomodo” che riguardava la sicurezza sul lavoro. Tutta l’edizione del programma “a marchio” Fo e Rame, infatti, aveva un carattere fortemente politico nei monologhi. I temi trattavano argomenti come la Mafia, la salute e, appunto, il lavoro. Tutti quei temi importanti che hanno – sempre – caratterizzato la produzione teatrale, e la vita privata, dei due grandi artisti. All’epoca di quella Canzonissima, alla direzione generale della Rai c’era Ettore Bernabei, riferimento della Dc, vicino al Vaticano e alla figura di Amintore Fanfani.

Lo stesso Bernabei, in un’intervista rilasciata nel 1998, a Gian Antonio Stella, sul Corriere della Sera, a proposito di quello sketch, disse: “La satira politica in Rai entrò con me. Contro i dorotei che non la volevano. Ma lei deve capire i tempi. Si camminava sulla lama del rasoio. E le assicuro che quello sketch non faceva ridere. C’erano stati degli scontri di piazza durissimi tra gli edili e la polizia”. Comunque, per rivedere Fo e la Rame in tv, il programma era “Mistero Buffo”, bisognerà aspettare il 1977 (Bernabei, per la cronaca, lasciò la direzione generale della Rai nel 1974).

Di sicuro, far ridere e far riflettere è stato il mestiere di Dario Fo, e in maniera diversa, così è stato anche per il bravissimo autore, scrittore e conduttore, recentemente scomparso, Enrico Vaime. Canzonissima è stata una pagina importante per entrambi: nel ’62, per Fo, e per Vaime, come autore, nel 1968/69. Della vicenda dello sketch censurato parlarono gli stessi Fo e Rame durante una puntata del programma Ieri, Oggi, e Domani, condotta proprio da Enrico Vaime e Gianni Minà, nel 1985.

E mentre il sipario della libertà di espressione cerca di riaprirsi, portando via la censura cinematografica, sembra di ascoltare, in lontananza, la fisarmonica di Edoardo Bennato che accompagna l’uscita di scena di quel “Signor Censore” che compila “gli elenchi dei cattivi e buoni”.

E, forse, potremmo riflettere su un altro tipo di controllo, magari più garbato della censura, o meglio dire, più per bene: l’orientamento. Quel meccanismo che non interviene con le forbici a opera conclusa, ma che può influenzare la creazione fin dal principio.

Ma questo è un capitolo d’arte a parte.