La città dei vivi, Nicola Lagioia come Truman Capote

(di Giorgio Cavagnaro) Nel gruppo di investigatori che indaga su un delitto misterioso, pieno di risvolti imprevedibili e apparenti contraddizioni, dovrebbe trovare sempre posto uno scrittore. Solo un romanziere acuto e sensibile può infatti appassionarsi all’algida “normalità” di un orrendo fatto di cronaca in modo così totalizzante da analizzare le testimonianze, i dettagli, ma soprattutto la tempesta emotiva che ribolle nel profondo di ogni personaggio collocato dal destino sulla scena di un crimine, estraendone elementi decisivi per la comprensione dei fatti. Trasformare la certezza della livida radiazione al neon concentrata impietosamente sul cadavere di una vittima nel concerto modulare di luci diverse che ne componevano l’ambiente in cui la vittima stessa, da viva, era un essere umano esattamente come noi, contornato da potenziali assassini.

Questo pensavo una volta conclusa la lettura di La città dei vivi, di Nicola Lagioia (Einaudi, 2020).

L’interesse dell’autore per l’assassinio, brutale e immotivato, di un giovane romano, commesso qualche anno fa da due coetanei, si è sviluppato col passare degli anni in un’ossessione simile, il paragone è ardito, a quella che portò Truman Capote alla scrittura del suo capolavoro A sangue freddo. 

Ma di quali fatti stiamo parlando? Perché La città dei vivi è così scioccante?

Nel 2016 Marco Prato e Manuel Foffo, ventenni “normali”, se così si può dire,  torturano e uccidono atrocemente, in una casa della semiperiferia romana, Luca Varani, coetaneo. C’è tanta cocaina, in questa storia. Tanta incertezza dei confini sessuali, tanta alienazione giovanile. Ma non c’è un vero movente. Ed è questo che sconvolge Lagioia, inducendolo a ricomporre un puzzle che appare senza criterio e riscrivendo una storia vera che sembra inventata, quasi una versione terzo millennio del delitto del Circeo. Che però aveva, nella sua acre efferatezza, dei contorni sociali ed emotivi ben precisi, riconoscibili, sia pure con grande pena e fatica.

Qui siamo invece nel teatro dell’assurdo, dell’incomprensibile, non solo per l’epilogo allucinatorio e violento della vicenda, ma per l’intero scenario che l’autore scopre e ci racconta, pezzo dopo pezzo, nella sua personale indagine. Lasciandoci dentro i brividi di un’inquietudine difficile da cancellare.  

 

La città dei vivi

Nicola Lagioia

Einaudi, 2020