Sherlock e i suoi… derivati. Il compianto Christopher Plummer e quel suo Holmes umano, troppo umano

(di Walter De Stradis) Ad alcuni giorni dalla scomparsa del grande attore canadese Christopher Plummer, siamo andati a “ripescare” questo gioiello nascosto del 1978: Assassinio su commissione, nel quale il grande detective creato da Conan Doyle affronta Jack lo Squartatore, insolitamente “potente”.

Strano rapporto, quello di Sherlock Holmes, col cinema. Il consulente investigativo dato alle stampe nel 1887 da Sir Arthur Conan Doyle – che solo pochi anni dopo ebbe amaramente a pentirsene, venendone puntualmente oscurato in fatto di fama e persino di credibilità – è stato probabilmente il primo personaggio “multimediale” in senso moderno, eguagliato forse dal solo conte Dracula di Bram Stoker: parodie, apocrifi, vignette, imitazioni e versioni teatrali si diffusero da subito, all’indomani del grande successo raccolto sulle pagine dello “Strand” (ovvero quando le avventure del Grande Detective, nel 1891, si spostarono dal romanzo alla serializzazione), per poi essere seguite – non appena il progresso l’ha reso possibile – da versioni cinematografiche (la prima è del 1900) e radiodrammi. Inoltre, visto e considerato che non pochi esegeti definiscono Holmes uno dei primi, veri “supereroi” (ha una “divisa” ufficiale –anche se nata con le illustrazioni di Sidney Paget e poi resa immortale da teatro e cinema – è super intelligente, forzuto alla bisogna, con un alto, anche se personale, senso della giustizia), si può dire anche che il Nostro sia stato protagonista di uno dei primi “crossover” (incontri fra personaggi diversi, pane quotidiano della Marvel) di un certo rilievo, se si considerano i trascorsi con un certo Lupin (il ladro gentiluomo di Maurice Leblanc nato nel 1905, attuale protagonista, in chiave assai rivisitata, di una serie televisiva), seppur sotto le mentite spoglie (il diritto d’autore lo esigeva) di “Herlock Sholmes” (i due antagonisti si scontreranno anche al cinema e in tv, a cominciare da un film tedesco del 1910).

Dicevamo tuttavia dello strano destino che ha segnato la “carriera cinematografica” di Holmes. Il suo interprete più famoso (ma su questo, come vedremo, c’è un dibattito) è il grande Basil Rathbone, attore britannico di origini sudafricane, che dal 1939 al 1946 lo portò ben 14 volte al cinema (più un successivo episodio tv e tutta una serie di radiodrammi), ma che è per lo più associato a “discutibili” (se non proprio brutti) film fuori contesto (se si fa eccezione di una superba versione de Il Mastino dei Baskerville del 1939 e di poco altro) in cui il suo Holmes, e uno sciocchissimo Watson (altra tacca sulla carrozzeria!), trasportati nella contemporaneità di allora, si schieravano addirittura contro le trame dell’Asse.

Ciononostante, il detective di Rathbone di suo è un personaggio di incredibile fascino, tanto che l’attore pareva in effetti nato per interpretare la parte.

L’unico collega che sembra potergli contendere – nell’indice di gradimento dei fan più accaniti – la palma di miglior Holmes di sempre, è il compianto Jeremy Brett, puro talento di recitazione britannica che incarnò il personaggio in una serie tv della Granada dal 1984 al 1994, una produzione che si fermò soltanto per le precarie condizioni di salute del grande attore, scomparso di lì a poco. Tuttavia Brett, protagonista di un serial assai fedele agli scritti di Doyle (anche per il giusto ruolo finalmente tributato al solitamente mal rappresentato Watson), è appunto un attore televisivo.

Il fenomenale Peter Cushing, dal canto suo, per quanto sia un altro attore facilmente identificabile con Holmes (e viceversa), lo aveva anch’egli interpretato per lo più in tv (in una fortunatissima serie Bbc degli anni Sessanta e in un film televisivo del 1984), con un unico exploit cinematografico, La furia dei Baskerville del 1959, regia di Terence Fisher, primo lungometraggio a colori dedicato al Grande Detective, e che tra l’altro era una rivisitazione in chiave horror del celeberrimo romanzo di Doyle (la casa di produzione, la Hammer, era specializzata proprio in quel genere).

Quindi, moltissimi gli approdi di Holmes al cinema, ma non troppi quelli buoni davvero (forse tra questi, escludendo l’era del Muto, con manica larga si possono includere alcuni di quelli interpretati da Arthur Wontner negli anni Trenta).

Ed eccoci pertanto arrivati, dopo una lunga, ma necessaria premessa, a quello che in molti (e lo testimonia anche la scritta che campeggia sulle copertine di alcune edizioni in Dvd), considerano il “miglior film” (cinematografico) con Sherlock Holmes. Attenzione, abbiamo scritto appositamente “con” e non “di” o “su” Sherlock Holmes, in quanto Assassinio su commissione – coproduzione anglo-canadese del 1978, per la regia di Bob Clark, interpretato dall’immenso Christopher Plummer, scomparso novantunenne a inizio febbraio scorso – è quel che si dice un “apocrifo”, ovvero tratto da una storia che non è stata scritta dall’autore originale, Conan Doyle. Pertanto, non si tratta di un film “di” Sherlock Holmes, ma neanche “su” Sherlock Holmes (come potrebbe invece essere considerato Vita Privata di Sherlock Holmes, capolavoro “monco” di Billy Wilder del 1970, o il bel Soluzione settepercento di Herbert Ross, del 1976, incentrato sui problemi di droga del nostro consulente investigativo).

No, Assassinio su commissione (Murder by Decree in originale) è un film “con” Sherlock Holmes, perché ha una genesi particolare e perché il personaggio è reso in una maniera che lo è ancor di più. Non siamo affatto dalle parti, chiariamoci subito, delle più recenti e ben note “rivisitazioni”, ovvero delle buffonate dell’Holmes picaro e guascone dell’insopportabile Downey Jr nei film di Guy Ritchie, o dell’ex tossico irascibile della serie Cbs Elementary o del nevrotico e onnisciente bel tenebroso del serial Bbc Sherlock (per quanto, le due produzioni televisive citate, siano tutto sommato apprezzabili). Lo Sherlock Holmes interpretato dal premio Oscar (nel 2012 per Beginners) Christopher Plummer è un detective umano, forse troppo umano (considerati i canoni di un personaggio che nelle opere di Doyle afferma che il suo corpo, rispetto al suo cervello, è solo “un’appendice”). Questo è invece un Grande Detective che arriva a versare delle calde lacrime (cosa mai vista al cinema, fino a quel momento!), a mettere letteralmente le mani al collo a un medico infedele (al proprio giuramento), a provare una trascinante, ma sconsolata compassione per una giovane, povera vittima del “Sistema” (ci arriveremo), e – in ultimo, ma non per ultimo – a cantargliene quattro a un’audience di massoni e potenti assortiti, che nel finale del film se la fanno letteralmente sotto davanti a un Holmes mai così infuriato, ma anche avvilito e disincantato.

Ma come si è potuto arrivare a questo? Ovvero a un simile battesimo, per Sherlock, sul piano della umana “pietas” (che pur non faceva difetto al personaggio originale, seppur mai così drammaticamente esplicitata)? Ce n’è ben donde, verrebbe da dire. All’origine di tutto c’è infatti il “serial killer” (ma è un’esemplificazione, come vedremo), per antonomasia: Jack lo Squartatore.

In realtà non è la prima volta che Holmes, sul grande schermo, si trovava a indagare sui delitti di Whitechapel, dando vita quindi a uno stimolante incontro fra fiction e realtà. Già in Sherlock Holmes: notti di terrore (1965, regia di James Hill), il Nostro (interpretato da un efficace John Neville) veniva chiamato a risolvere il rebus di un caso destinato (nella realtà storica) a rimanere irrisolto. E già in quell’occasione, gli autori avevano chiamato in causa i “poteri forti” londinesi e le ipotesi di insabbiamento che oggi, e ormai da decenni, fanno la fortuna di numerosi “Ripperologist” (da “Jack the Ripper”: studiosi del caso a posteriori). Tuttavia, il protagonista di quel lungometraggio era ancora un Holmes “canonico” e, seppur in una chiave innovativa, macabra e incisiva, la trama del film stesso non poteva (e non voleva) più di tanto spingersi in là nell’azzardo delle ipotesi. Anche perché la letteratura sul caso di Jack the Ripper e relative teorie del complotto si era notevolmente irrobustita solo successivamente, negli anni che speravano quel primo tentativo dal nostro Assassinio su commissione. Gli sceneggiatori di quest’ultimo, infatti, poterono contare su alcuni articoli e speciali televisivi usciti nel frattempo, nonché sul bestseller dell’epoca, The Ripper File, libro di Elwyn Johnes e John Lloyd, in cui si ventilava con forza il coinvolgimento del governo, della casa reale britannica (nonché del medico personale di Sua Maestà) nell’insoluta serie di delitti atrocemente commessi ai danni di povere e sventurate prostitute dell’East End.

Lo stesso “filone” investigativo verrà poi ripreso da una serie televisiva del 1988, con Michael Caine (di lì a poco altro Holmes del cinema) nella parte dell’ispettore Abberline, nonché nel famoso fumetto di Alan Moore e Eddie Campbell, From Hell, il cui adattamento cinematografico con Johnny Depp (La vera storia di Jack lo Squartatore, 2001, regia dei fratelli Hughes), “rassomiglia” moltissimo al nostro film con Plummer.

Il regista Bob Clark, tuttavia, non essendo un documentarista, e seppur affascinato da queste teorie della cospirazione assai in voga in quel periodo, con Assassinio su commissione non intendeva dar vita a un “film-verità”, ma soltanto a una versione ipotetica della vicenda storica, e per questo trovò necessario far indagare sull’intricata matassa non il vero ispettore di Scotland Yard dell’epoca (il già citato detective Abberline), ma un suo surrogato, un sostituto narrativo, in questo caso Sherlock Holmes, ovvero il Detective per antonomasia.

Ed eccoci infine di fronte a un Holmes, questo del sensibile e mai troppo compianto Plummer, maggiormente sganciato dalle briglie della somiglianza letteraria: assolutamente rispettoso, sì, dell’aplomb, dello stile, dei metodi e dello spirito generale del personaggio, ma inevitabilmente destinato (vista anche la fattispecie d’indagine) a capitolare emotivamente dinnanzi alla crudeltà e alla bassezza di un mondo sotterraneo (o forse “superiore”) di cui, probabilmente, fino a quel momento aveva solo sospettato l’esistenza.

L’interpretazione di questo indimenticabile Sherlock Holmes resa da Christopher Plummer (che aveva già vestito i panni del detective di Doyle, ma in maniera completamente diversa, in uno speciale tv dell’anno prima) è destinata – anche nell’ottica dell’immancabile revisionismo filmografico che segue alla scomparsa di un grande – a essere annoverata nella storia del cinema giallo e non solo. Anche in virtù della maniera, efficace e tenera, con la quale viene rappresentata la salda amicizia fra Sherlock e la sua “spalla”, John Watson, qui interpretato da un anziano (altra divergenza dal “Canone”) James Mason in stato di grazia. Memorabile la scena di quell’ultimo “pisello” nel piatto che il buon dottore si affanna ad acchiappare integro con la forchetta, a fronte del solitamente “razionale” Holmes che, indispettito, sbrigativamente glielo schiaccia, credendo di risolvere. «Ma a me piaceva intero», commenterà uno sconsolato e deluso Watson, a riprova (o presagio) che al termine della storia narrata nel film, l’impassibile razionalità del suo amico sarà messa a dura prova.

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