Il mondo delle bande musicali italiane scende in piazza e… marcia col Rainbow Free Day. Intervista a Giorgio Zanolini, coordinatore nazionale del Tavolo permanente delle federazioni bandistiche italiane

(di Renato Marengo) Dal 15 al 31 gennaio parte il Rainbow Free Day, un palinsesto di iniziative  a sostegno di tutti i settori collegati al mondo musicale, soprattutto di quelli più fragili ed esposti in questo drammatico periodo di blocco forzato di ogni attività a causa del Covid. Fra le iniziative, sconti pensati per l’occasione (www.rainbowfreeday.com) e sulla piattaforma Facebook del Rainbow che prevede, tra i principali momenti e appuntamenti, ogni giorno alle 11.00 The Best of Slow Club; alle 12.00 Entriamo in Negozio – Tra Dischi e Strumenti Musicali; alle 15.00 Indies – Tra etichette e festival; alle 16.00 Cinema! Tra colonne sonore e cinema indipendente; alle 18.00 Due chiacchiere con…, per gli approfondimenti sulla musica e digitale; alle 21.00 I Live Rainbow, un incontro musicale degli artisti; alle 23.00 arriva L’Approdo per gli incontri su Arte e Letteratura e alla fine L’ultimo mastro di Krapp a cura di Jonathan Giustini.

Fra le tante associazioni culturali di musica, concerti, dischi, strumenti musicali, cinema, teatro e libri partecipa con decine di migliaia di giovanissimi iscritti il Tavolo permanente delle federazioni bandistiche italiane. Abbiamo chiesto al coordinatore nazionale, Giorgio Zanolini, di raccontarci le motivazioni che lo hanno portato a partecipare in prima linea al Rainbow Free Day, dandoci anche informazioni su questa associazione che rappresenta migliaia di giovani musicisti.

Caro Giorgio, il vostro è un “Tavolo permanente” sul mondo delle bande musicali, un’associazione che ospita gruppi di ogni parte d’Italia. Prima della guerra, ogni paese, ogni città aveva una propria banda, poi se ne sono viste sempre meno in giro, ma ora, grazie anche al vostro lavoro, tanti giovani musicisti o aspiranti tali arricchiscono le fila di questo tipo di formazione orchestrale molto legato alla tradizione, alla musica popolare ma anche proteso verso il jazz. Comincio subito col chiederti qualche notizia sull’associazione che rappresenti, poi m’interessa sapere quante sono le bande iscritte alla vostra associazione.

«Caro Renato, grazie dell’opportunità che mi viene concessa con questa intervista. Il TP è un’associazione nazionale, nata nel 2000, per raccogliere e coordinare le varie federazioni presenti sul territorio nazionale. Infatti, negli anni ’90, l’unica associazione nazionale “esplose” per motivi vari, e nacquero, così, tanti soggetti provinciali o regionali che avevano, e hanno, l’indubbio vantaggio di cogliere al meglio gli umori e le richieste del territorio dove si trovano, conoscendolo meglio a differenza di una gestione centralizzata e lontana dalle esigenze delle singole bande. Uniche eccezioni, le federazioni autonome di Trento e di Bolzano, realtà che erano nate addirittura prima di quella nazionale. In brevissimo tempo, però, ci si rese conto che, mentre a livello locale si riusciva veramente a gestire meglio il territorio, diversa era la forza nell’affrontare le problematiche di livello nazionale: per questo motivo ci siamo “inventati” un contenitore che potesse avere un ampio respiro, coordinando l’impegno di tutti ma rispettando, al tempo stesso, l’autonomia locale. Ecco, quindi, la nascita del “Tavolo Permanente delle Federazioni Bandistiche Italiane”, più brevemente TP, al quale ogni realtà territoriale o nazionale può aderire senza problemi. Diciamo che il nostro punto di forza è la condivisione: non ci sono inutili sovrastrutture, qui i vari referenti delle federazioni contano in egual modo, e c’è un rapporto costante e diretto tra tutti noi. Non c’è la gara per accaparrarsi le poltrone di rappresentanza, poiché siamo tutti alla pari, e mettiamo il nostro operato al servizio delle bande musicali italiane tutte: in pratica e non siamo un fine, ma siamo uno strumento a disposizione di circa un migliaio di stupendi gruppi musicali amatoriali, rappresentanti un bellissimo spaccato culturale, musicale e sociale del nostro Paese».

Quante regioni sono coinvolte nel mondo delle bande e quale è l’età media dei musicisti che le compongono?

«A oggi, il TP raccoglie dodici federazioni regionali e provinciali. Partendo dalla Valle d’Aosta, arriviamo in Lombardia, dove sono presenti una federazione regionale, quattro provinciali e anche una nazionale specializzata in “Marching Band”, ovvero quei gruppi che unisco alla musica una spettacolare parte coreografica. Passiamo poi a Trento e Bolzano, che come detto prima sono le primissime federazioni nate in Italia nel 1946, per poi giungere al Veneto e arrivando in Sicilia e in Sardegna. In realtà, per il principio del “servizio” a favore di tutti, collaborano con noi anche singoli gruppi che si trovano in parti del nostro Paese dove non sono presenti federazioni territoriali, e localizzabili in Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Friuli, Marche, Puglia, Campania e Calabria. Rispondere invece alla tua domanda sull’età media è un po’ complicato: basandoci sul volontariato non sempre abbiamo a disposizione tutti i dati che desidereremmo, però possiamo sicuramente dire che i giovani riguardano una gran parte delle nostre realtà. Da sempre puntiamo sulla formazione, convinti che una persona che fa musica abbia una marcia in più confronto agli altri: ciò non lo diciamo solo noi, ma lo si evince da una sterminata produzione scientifica in tal senso. Di conseguenza, come strutture di secondo e terzo livello, mettiamo a disposizione di ogni singola banda musicale esperienze, metodi e risorse umane per aiutarla a risolvere i propri problemi».

Quando ti è venuta l’idea di creare questo “tavolo permanente” della musica bandistica?

«Nel 1999 la SIAE fece saltare l’accordo allora esistente fra la stessa e le bande, che regolava i rapporti fra questi soggetti. Di conseguenza, le varie federazioni si trovarono ad affrontare un problema comune, al quale risposero in modo intelligente e pragmatico: una comune rappresentanza forte avrebbe sicuramente colto più obiettivi di una frammentata e debole. Per questo, nell’occasione di un incontro a Trento con la SIAE, si formalizzò un rapporto che sino a quei tempi era di reciproca conoscenza e contatti saltuari, e ci permise di creare questo strumento molto agile e aperto a tutti».

Rispetto all’essere iscritti a un conservatorio o a una scuola o accademia musicale per un giovane orchestrale quali prospettive offre la partecipazione a una banda?

«Innanzitutto il fare musica in gruppo: è bello contribuire alla costruzione di un brano con il proprio apporto fondamentale, il quale si fonde al lavoro di tutti gli altri. In questo modo si creano anche rapporti sociali e umani fra tutti i partecipanti: giovani e anziani, uomini e donne, di diverse etnie, con diverse abilità… tutti giocano insieme creando musica! E non a caso uso il termine “giocano”: in molte lingue i termini “suonare” e “giocare” si equivalgono, quindi con la Musica andiamo oltre al semplice tecnicismo strumentale, e collaboriamo per costruire veramente qualcosa tutti insieme. Ma attenzione, ciò non significa livellare verso il basso: la riprova sta nel fatto che la maggior parte degli allievi di strumenti a fiato frequentanti i conservatori proviene dai corsi delle bande musicali. Di conseguenza, senza i nostri allievi alcune cattedre sarebbero chiuse da tempo: questo significa che sappiamo trasmettere innanzitutto passione, ma anche una buona preparazione tecnica. E, se permetti, è veramente bello suonare e stare insieme: penso che questo sia il vero punto di forza delle bande. È questa la nostra soddisfazione: per il nostro impegno non veniamo remunerati singolarmente, poiché gli eventuali contributi o compensi per le nostre esibizioni vanno nel fondo cassa dell’associazione e servono per mantenere in vita la struttura stessa».

Quindi questo che ci stai raccontando conferma  che “amatoriale” non sia necessariamente sinonimo di “dozzinale”…

«Perfetto: hai colto nel segno. Aggiungi il fatto che ormai i fiati nelle orchestre sinfoniche sono quasi tutti provenienti da bande musicali. E anche alcuni tra i più famosi direttori italiani, che dirigono grandi orchestre nel nostro Paese e in giro per il mondo, sono nati proprio nelle bande. Questa è la dimostrazione che la nostra funzione, oltre a essere divulgativa, sociale e amatoriale, è molto importante. Mi piace definirci le “Elementari” della musica: se una maestra lavora bene, i suoi piccoli alunni diventeranno i laureati del futuro. La stessa cosa vale per noi: se riusciamo a far appassionare alla musica i nostri allievi, allora contribuiamo a creare non solo i futuri professionisti, ma anche il pubblico che verrà».

In una banda musicale ci si prepara per suonare sui palchi, nelle piazze ma anche per “sfilare” suonando a feste, manifestazioni, ricorrenze: per questo motivo immagino che ci siano alcuni strumenti adatti alla banda e altri no.

«Esatto: già all’interno del nostro organico abbiamo strumenti da sfilata e altri per formazione da concerto. Non portiamo in giro per le strade, dato il loro volume (e il loro costo!) i timpani, il vibrafono, la marimba e i molti altri strumenti a percussione, così come lasciamo a casa oboe e fagotto, data la fragilità della doppia ancia. Inoltre non tutti sanno che, nell’organico bandistico, è presente anche il contrabbasso, il quale logicamente non può essere suonato mentre si cammina. Ma il bello della banda è anche questo: avere una sorta di “doppia” vita. Mentre sfilando ci si attiene a un organico e a un repertorio ad hoc, nella formazione da concerto possiamo spaziare come vogliamo, con collaborazioni che portano anche a “contaminazioni” tra generi musicali, e prevedendo, quindi, la presenza di strumenti diversi e brani orchestrati in modo variabile. Certo, nell’immaginario collettivo è ancora presente la banda “zum-pa zum-pappà” di cinquant’anni fa, e non nascondo che alcune sono ancora così… ma tantissimi gruppi hanno sperimentato nuove strade e collaborazioni: penso, per esempio, a grandi personaggi quali Arturo Andreoli, che ha adattato molti anni fa un brano storico come il “Concerto Grosso per i New Trolls” di Luis Bacalov per organico bandistico, gruppo rock, voci e coro, che a sentirlo (e suonarlo) fa sempre emozionare. Adesso è normale trovare bande che vedono la presenza di strumenti elettronici, i quali non sono lì per sostituire i vuoti in organico, bensì servono a incrementarne la proposta musicale: arpa, chitarra e basso elettrici, pianoforte, violino, violoncello… e chi più ne ha più ne metta».

Qual è il passo successivo per un componente di una banda per entrare nel mondo del lavoro grazie alla propria abilità, esperienza e talento?

«Come sempre: impegnarsi e lavorare seriamente. La gavetta è fondamentale per tutti: c’è sempre da imparare, e guai ad adagiarsi! Non esistono bande professionali nel nostro Paese, a eccezione di quelle “da giro” presenti nel Sud Italia e rappresentanti una realtà tradizionale appartenente a questo territorio. Quindi un ragazzo dotato inizia con varie collaborazioni, fa molte audizioni e poi, se ha i numeri, riesce a farsi strada: penso a grandi jazzisti che sono nati nelle nostre realtà, uno su tutti Paolo Fresu, o a famosi solisti classici come Severino Gazzelloni, i quali non hanno mai rinnegato le loro origini bandistiche. Poi, naturalmente, serve anche un pizzico di fortuna che non guasta mai, ma d’altronde è così in tutti i campi…».

Esistono manifestazioni regionali e nazionali dove si cimentano le migliori bande?

«In Italia abbiamo concorsi importanti, uno fra tutti il “Flicorno d’Oro” di Riva del Garda (TN) di caratura internazionale: una bella vetrina, e consiglio a tutti di farci una capatina per comprendere il livello raggiunto dalle bande. Anni fa organizzammo, proprio durante tale concorso, un incontro con un politico molto importante, e dopo tante parole lo portammo in sala ad ascoltare una banda che si esibiva. Ricordo che, nell’ordine, si stupì per il folto pubblico, poi per la difficoltà del brano eseguito, e infine così si espresse: “Ma questa non è una banda, è un’orchestra !”, al che risposi: “No, è una banda che fa un repertorio per banda”. Ecco, in due minuti di musica gli facemmo capire ciò che non aveva colto in due ore di parole… Un altro appuntamento importante a livello nazionale, specializzato per le bande giovanili, cioè organici composti esclusivamente da componenti aventi sino a 18 anni di età, è il concorso di Costa Volpino (BG): da vedere assolutamente. Ecco, ho solo citato i primi due appuntamenti che mi sono venuti in mente per motivi di spazio: non me ne vogliano gli altri che, fortunatamente, in Italia ci sono…».

Cosa ti ha suggerito di partecipare al Rainbow Free Day?

«Un ruolo fondamentale l’ha avuto Giordano Sangiorgi, che conoscevo solo di fama ma non personalmente: come l’ho sentito ci siamo trovati subito sulla stessa lunghezza d’onda. Giordano l’ho contattato nel contesto di un ragionamento sulla situazione della musica nel nostro Paese, che da tempo sto facendo insieme ad alcuni addetti ai lavori del mondo bandistico. Ho visto e apprezzato l’operazione che stava iniziando a svolgere StaGE!, e quindi è stato per me naturale approdarvi: faccio notare che la mia personale iniziativa è stata subito accolta in modo entusiastico anche dai presidenti delle 12 federazioni che compongono il TP. Personalmente ho sempre criticato la ferrea divisione tra generi, ma anche quella tra professionismo e amatoriale, o tra mondo accademico e gli altri, poiché ritengo che solo se riusciremo a fare sistema tra tutti i soggetti appartenenti al mondo musicale potremo uscire dall’angolo nel quale ci ritroviamo in questi giorni tanto difficili per chi fa spettacolo e altre attività creative. I “compartimenti stagni” non portano a nulla, se non a sterili settarismi e difese di orticelli privati. In pratica io vedo la realizzazione di una sorta di CONI della musica, dove ognuno possa trovare posto ed essere considerato, senza pregiudizi e nel rispetto dei propri ruoli: un organismo che tuteli la musica a ogni livello, dall’amatoriale al professionale, curando in particolar modo la formazione. Con questa visione ho voluto fortemente partecipare a Rainbow Free Day e collaborare con StaGE! e il MEI: forse per la prima volta, causa la pandemia, stiamo tutti capendo che facciamo parte dello stesso sistema. Le bande non possono chiamarsi fuori da quest’emergenza, che le ha toccate pesantemente, ma che sta particolarmente penalizzando chi fa della musica una professione. Il minimo che possiamo fare, quindi, è essere solidali con i nostri amici musicisti professionisti, e non solo a parole: ecco il perché della nostra presenza tra i vari soggetti che propongono dei “prodotti” in vendita a prezzi scontati. Sappiamo benissimo che difficilmente qualcuno acquisterà un nostro “concerto in sospeso”, ma non ci interessa, non è quello il nostro scopo: l’importante è capire, e far capire, che siamo tutti sulla stessa barca, quindi non solo possiamo, ma dobbiamo e vogliamo fare qualcosa, e lo facciamo volentieri. Non ci si scappa: l’unione fa la forza, perciò questo ritengo sia un inizio che porterà anche a fare fronte comune nei confronti delle istituzioni, ognuno consapevole del proprio ruolo. Ecco, per questo il TP aderisce pienamente convinto all’iniziativa di Rainbow Free Day».

Esiste un legame, un punto di contatto tra le esibizioni bandistiche e i palchi della musica rock, del jazz?

«Assolutamente sì: la preparazione nelle prove, la tensione prima dell’esibizione, l’emozione di suonare davanti a un pubblico, ma anche il piacere di farlo insieme, in gruppo. Sì, penso che la magia della musica trasmetta queste sensazioni a ogni livello, dall’amatore al professionista, e oserei dire: guai se non lo facesse».

Le bande realizzano dischi, filmati? A parte le esibizioni locali, quali prospettive ci sono per andare oltre per i giovani musicisti partecipanti? Come si divulga oggi la musica di una banda?

«La tecnologia ha rivoluzionato anche il nostro settore: pochissimi, nel passato, potevano permettersi di incidere dei dischi, visti i costi e considerate le casse sempre esangui delle bande, quindi è raro trovare 45 giri o LP riferiti a tali gruppi. Con l’avvento del cd e, successivamente, dell’informatica, le incisioni sono diventate più accessibili: infatti si trovano facilmente prodotti commercializzati o autoprodotti e distribuiti autonomamente, il più delle volte in modo gratuito. Lo stesso dicasi per i filmati: dalle primissime videocassette si è passati ai dvd, con un conseguente salto di qualità e diffusione. Adesso basta collegarsi su internet e si trova di tutto e di più. Certo, il repertorio originale per banda, ovvero i brani pensati e costruiti appositamente per tale organico, è ancora sconosciuto al di fuori del nostro ambito, a differenza delle trascrizioni, generalmente conosciute anche dai non addetti ai lavori: ritengo che ciò sia una lacuna difficile da colmare, proprio perché i “compartimenti stagni” già citati non hanno permesso, nel passato, quella contaminazione che porta l’essere intelligente e curioso a conoscere per crescere… E posso assicurare che anche tra gli originali per Banda ci sono dei brani bellissimi».

Mi fa piacere constatare che usi termini a me cari e che fanno parte da sempre del mio modus operandi, sia nelle mie produzioni artistiche che nei miei scritti: il termine “contaminazione”, che per me rappresenta l’elemento indispensabile per tutta l’evoluzione contemporanea della musica. Esistono arrangiatori, direttori d’orchestra che si dedicano professionalmente alla musica per bande? C’è una sorta di studio, di gavetta, una “carriera” interna in una banda per cui un orchestrale più motivato di altri può aspirare a diventare direttore d’orchestra, arrangiatore ecc. o sono carriere diverse?

«In Italia esistono tali figure, poche in realtà, ma non c’è una “scuola” come nel resto del mondo. Mi spiego meglio: per la legge dei grandi numeri, è naturale che tra un “tot” di persone emerga qualcuno che sa scrivere o dirigere bene, ma si tratta delle classiche eccezioni. Non si è mai investito su tali figure a livello “ufficiale”: i primi che, verso la fine degli anni ’90, organizzarono dei seri corsi di studio per Direzione, di lunga durata e comprensivi di varie materie tra le quali la pratica orchestrale, furono proprio alcune federazioni locali. E attenzione: ho parlato di Direzione, poiché non esiste differenza nella direzione tra banda e orchestra. All’estero è normale che un direttore possa dirigere indistintamente i due organici, mentre in Italia ciò è ancora considerato un sacrilegio. Potrei dire di conoscere fior di direttori di bande che farebbero miglior figura, davanti a un’orchestra, di taluni direttori o musicisti “pompati” a dovere dalla pubblicità che prendono in mano una bacchetta e fanno rabbrividire… ma qui mi fermo, perché questo è un altro discorso. Paghiamo vari ritardi: non essendoci un “sistema” vero e proprio non esiste un “mercato”, e quindi non ci sono investimenti. Per esempio, negli Stati Uniti, ma anche in altre nazioni, gli editori investono sulla formazione dei propri compositori. Ecco perché il ruolo delle bande è importante: siamo le “Elementari” della musica, è vero, ma al tempo stesso possiamo permetterci il “lusso” di sperimentare, investendo su noi stessi e sui nostri componenti, e favorendo l’emersione delle singole potenzialità».

Per concludere: qual è il tuo posto nel mondo bandistico, a parte il ruolo rivestito nel TP?

«Molto immeritatamente dirigo una banda che ho contribuito a far nascere nel 2003, ma non dimentico di mettermi dall’altra parte: suono la tromba andando a dare una mano in altri gruppi, meglio se la seconda o la terza parte, perché tutte le parti sono importanti… purtroppo suono sempre meno, visti i molteplici impegni a vari livelli che mi portano via una marea di tempo. Però ci tengo: mettermi in mezzo agli altri, ascoltare i pareri di chi non sa chi sei o cosa fai, e sentire il loro parere su problematiche che, magari, stai affrontando, serve sempre per vedere le cose da un’altra prospettiva. E comunque è un’esperienza che mi piace, sia a livello musicale che umano: è il bello della banda, insomma».

Ricordiamo che fra i promotori del Rainbow Free Day ci sono: Giordano Sangiorgi (Presidente Mei – Meeting Etichette Indipendenti), Claudio Trotta (Fondatore Barley Arts e Slow Music), Claudio Formisano (Presidente Cafim Italia e Amministratore Unico Master Music Srl), Massimo Della Pelle (Segretario AudioCoop), Michele Lionello (Voci per la Libertà, Rete dei Festival), Renato Marengo (AIA – Classic Rock on Air), Giuliano Biasin (Amministratore di Esibirsi Soc. Coop), Giuseppe Marasco (CEO di Calabriasona e italysona e Coordinatore di itfolk), Claudia Barcellona (avvocato dell’arte, spettacolo, beni culturali, Presidente Terapia Artistica Intensiva – Diritto e Arte), Giorgio Zanolini (Tavolo Permanente delle Federazioni Bandistiche Italiane), Simona De Melas (Consulente in marketing digitale, comunicazione e management), Lorenza Somogyi (Responsabile Ufficio Stampa & PR- Studio Alfa), Mattia Pace (Marketing & Management), Roberta Carrieri (Cantautrice, attrice e ventriloqua), Piero Cademartori (editore e social media manager), Matteo Marenduzzo (Label Manager Dischi Soviet Studio / Musicista), Jonathan Giustini (giornalista e organizzatore culturale, Carta da Musica).

Per informazioni: info@rainbowfreeday.com