Il Marchese del Grillo visto con gli occhi del suo “complice”. Intervista a Giorgio Gobbi, che nel celebre film interpretava il “servo” di Alberto Sordi, autore di un libro sul capolavoro di Monicelli

(di Walter De Stradis) «Mi piacerebbe che al lettore arrivassero dei “frammenti” di quelle emozioni che ho vissuto io come esordiente. Quando mi avvicinavo al set e iniziavo a vedere quelle luci azzurre che illuminavano parti meravigliose di Roma, come l’arco di Giano a San Giorgio al Velabro, sognavo a occhi aperti, trovandomi nell’anticamera di un territorio fantastico».

Immaginate di essere un attore ventenne alle primissime armi e di dover affrontare il primo film importante (anzi, il primo in assoluto!), addirittura da co-protagonista di uno dei mostri sacri del cinema italiano: Alberto Sordi. Ansie, speranze, timori, confidenze, risate e nottate passate al doppiaggio: è quanto racconta con notevole verve Giorgio Gobbi nel suo libro S’è svejatooo! Ricciotto racconta «Il Marchese del Grillo», uscito per i tipi di Bibliotheka Edizioni. Nel capolavoro (nonché campione d’incassi) di Mario Monicelli uscito a Natale del 1981, Gobbi interpretava appunto “Ricciotto”, il fedele servitore, nonché appassionato complice, del goliardico Marchese interpretato dall’Albertone nazionale. Abbiamo contattato l’autore del libro, dando il via a una piacevole chiacchierata.

Per il ruolo di Ricciotto, come ha scoperto tempo dopo, erano stati fatti anche nomi illustri, come quelli di Ninetto Davoli e di Franco Califano. Tuttavia Monicelli, anche contro il parere di Sordi, scelse lei. Si è mai dato una spiegazione del perché?

«In effetti, dopo aver visto il video del provino, a Sordi era piaciuta la mia faccia, ma mi aveva ritenuto troppo giovane e inesperto, tanto più per il ruolo del “complice” di un aristocratico sui sessant’anni quale era lui nel film. A pensarci bene è la prima volta che mi chiedono del perché Monicelli si impose. Forse perché ero comunque “giusto” per la parte. Mario era un fine conoscitore dell’animo umano, pertanto ritengo avesse intravisto la possibilità che facessi bene».

C’è stata una qualche occasione in cui ha percepito o sospettato che Monicelli si fosse trovato a dover difendere la sua scelta? Magari proprio con Sordi?

«Questo no. Mario era uno che veniva ascoltato. Quando avrà detto “No, Gobbi va bene”, Sordi si sarà adeguato senza discutere. C’era una scena importante de “Il Marchese del Grillo” in cui Alberto stava gigioneggiando un po’ troppo (facendo “le caccole”, come si dice in gergo cinematografico), e Monicelli lo fermò: “Albe’, stai bbono e fai come dico io”. Una cosa che poteva fare solo ed esclusivamente Mario! Lui gli attori più importanti li aveva diretti tutti e li conosceva bene, da Tognazzi a Gassman. Tuttavia, una sera che eravamo in fase di doppiaggio, Alberto andò in bagno e Monicelli ebbe a dirmi: “Ti rendi conto che stai lavorando col più grande di tutti?».

Quale fu l’atteggiamento di Sordi sul set? C’è stato un momento nel corso del quale ha avvertito che le distanze si erano in qualche modo “azzerate”, ovvero che nonostante tutte le differenze fra un divo e un esordiente, eravate semplicemente due colleghi al lavoro sul set?

«Ma certo. Bastarono cinque o sei giorni. Dopodiché ci fu la scena della “gara della ranocchia”, nel corso della quale, a un Marchese dubbioso della fedeltà della procace servetta Faustina, io-Ricciotto suggerivo: “Chi se gratta la fronte c’ha le corna pronte!”. Fra un ciak e l’altro, al centro della piazzetta del Quirinale, io e Sordi ridevamo insieme all’idea che uno ricco e potente come il Marchese si fosse fatto cornificare da una come Faustina. Fu in quell’occasione che tra di noi nacque la complicità. Qualcosa del genere si verificò anni dopo con Bruce Willis, sul set di una pubblicità fatta insieme».

Al di là di tutto, visto che Sordi la impiegò anche in un suo film successivo, Il tassinaro, si può dire che comunque la promosse a pieni voti.

«Sì, in quell’altro film interpretai suo figlio e da lì in poi mi ha voluto davvero bene».

Qual è stato il suo insegnamento più grande?

«Quello di prendere sempre molto sul serio il nostro lavoro. La mattina, una mezzoretta prima dell’inizio delle riprese, voleva sempre che andassi nella sua roulotte per mettere appunto le battute: matita, gomma e copione, così lavorava Alberto. E poi mi ha insegnato, da par suo, a prendere la vita con leggerezza, a esorcizzare tutto con una risata, e a non prendersi mai troppo sul serio. Ripeto, sul lavoro era integerrimo, ma aveva sempre questa sua risata liberatoria alla “volémose bene”. Io stesso ho riversato questo spirito nel libro: oggi ho circa l’età che aveva Alberto quando fece il film, e pertanto riguardo a quel Ricciotto ventenne con un sorriso».

Su Sordi è stato detto di tutto e di più, le piacerebbe condividere con noi un aspetto poco celebrato della sua personalità o del suo modo di lavorare?

«Credo non si sia mai preso abbastanza in considerazione il suo amore per l’arte. Alberto era un grandissimo appassionato -e anche colto- di arte. Sapeva distinguere i vari stili di opere, manufatti e oggetti e casa sua –prima ancora che lo diventasse ufficialmente, come oggi- era un vero e proprio museo dell’antiquariato: ogni qual volta avevo il privilegio di entrarci, io ci giravo a bocca aperta, in mezzo a quadri, porcellane, tappezzerie di grandissimo pregio. Si è letto spesso che era tirchio: beh, lui era capace di prendere e andare a Parigi per comprare due abatjour Luigi XVI. Dirò di più: Sordi nutriva una vera passione per l’arte “popolare”, era un grande amante della musica e conosceva bene l’Opera».

Nel testo afferma che sia Sordi sia Monicelli si opposero a un eventuale seguito del film. Fecero bene? Lei invece avrebbe accettato?

«Oggi non accetterei, ma all’epoca, giovane e pieno di belle speranze com’ero, chissà, forse avrei anche detto di sì. Comunque ritengo che Alberto e Mario fecero bene a rifiutare: se guardiamo alla storia del cinema e dell’arte in generale, ci accorgiamo che i numeri due, per quanto possano essere gradevoli e fatti bene, sono sempre dei “figli minori”. Mi vengono in mente Dumas con i suoi “Moschettieri”, ma anche film come “I soliti ignoti vent’anni dopo” –a cui tra l’altro ho preso parte anch’io- e il secondo “Brancaleone”».

Tuttavia, dopo oltre trent’anni, lei si è ritrovato a ricoprire il ruolo di Ricciotto nell’adattamento teatrale del film, e questa volta con Enrico Montesano. Nel libro ne accenna soltanto. Mi interessa capire le sensazioni che ha provato quella volta a tornare “sul luogo del delitto”, ma in compagnia di un altro Marchese del Grillo.

«Beh, quella era una cosa diversa, trattandosi di teatro. E tenga conto che adoperammo il copione originale del film, che era stato acquisito dagli Eredi. Io mi divertii molto a riprendere il ruolo di Ricciotto, e per quanto riguarda Montesano ritengo –e glielo dissi anche- che aveva interpretato il Marchese Onofrio del Grillo in maniera “normale”; col personaggio del “doppio”, ovvero di “Gasperino il carbonaro”, invece era stato davvero esilarante e originale, perché aveva dato vita a un personaggio diverso da quello di Sordi, rifacendosi a cose tutte sue, come il famoso “vecchietto” del suo repertorio».

Il libro di Gobbi si avvale della prefazione di Max Tortora e di una intensa galleria di foto inedite dal set (dell’Archivio Enrico Appetito), che contribuiscono a restituire lo spirito e i giorni di un certo tipo di cinema italiano che – ahinoi – non c’è più.