Il compositore italiano Dario Vero racconta a Cinecorriere la realizzazione della colonna sonora di The Inglorious Serfs, il Sushi Spaghetti Western diretto da Roman Perfilyev

L’11 gennaio scorso è uscita la colonna sonora di The Inglorious Serfs, film di Roman Perfilyev prodotto da Star Media e Krist Film per oltre un milione di euro di budget. A firmare le musiche di questo esempio di Sushi Spaghetti Western – un melting pot cinematografico e musicale, ispirato alla grande tradizione italiana, realizzato fra Est Europa, Giappone, Medio Oriente e Stati Uniti – è il compositore italiano Dario Vero.

Per l’occasione, il musicista, orchestratore e direttore d’orchestra,ha diretto in presenza e a distanza un’orchestra internazionale di 88 elementi, con un’ospite d’eccezione, Tina Guo, violoncellista, fra gli altri, nei film Sherlock Holmes, Wonder Woman e Inception.

The Inglorious Serfs è una fantasiosa rivisitazione della storia di Taras Schevchenko, poeta ucraino. Per riprendersi la sua amata e ritrovare la fiducia in se stesso, Taras apprende l’arte della katana da un samurai giapponese, fuggito dall’Oriente in cerca di vendetta. Nel viaggio, i due incontrano un venditore di armi ebreo. La combriccola affronterà ogni difficoltà e tra di loro nascerà una solida e sincera l’amicizia.

La colonna sonora originale è composta di 42 tracce orchestrali e sinfoniche, in cui il mandolino incontra il koto, una sorta di arpa giapponese, le chitarra slide tipicamente western, i tamburi Taiko giapponesi, l’Erhu e lo scacciapensieri, di morriconiana memoria, in combinazione con la americanissima chitarra elettrica e il wah wah nelle scene action. A realizzarla, diretti a distanza da Dario Vero, una squadra di musicisti internazionali unica: 18 violini primi, 16 secondi, 14 viole, 12 celli, 10 contrabbassi, 3 flauti, 2 oboe, 2 clarinetti, 2 fagotti, 1 controfagotto, 6 corni, 3 trombe, 3 tromboni, 1 basso tuba, 1 cimbasso, 2 arpe e 5 percussionisti. In aggiunta il team giapponese, con Koto, Shakuhachi, Taiko, Erhu, temple block, Tsuzumi e altre percussioni più un Hurdy Gurdy ucraino: un’impresa titanica, per un totale di 88 musicisti sparsi in ogni angolo del globo.

Chiediamo al compositore Dario Vero se la vera sfida di The Inglorious Serfs è stata quella di far coesistere tra loro 88 musicisti, strumenti internazionali e tanti mezzi diversi.

«Questo è stato l’aspetto più interessante per me. Trovare la chiave giusta; l’alchimia, la magia. La fusione tra le timbriche orchestrali e quelle orientali. In The Inglorious Serfs le chitarre elettriche americane incontrano la tradizione colta europea. L’Occidente incontra l’Oriente. È stato il mio pane quotidiano per tutte le cinque settimane che ho avuto a disposizione per comporre. Un laboratorio sonoro incredibile!».

Una gestione complicata, resa ancora più difficile dalla distanza. Quali sono le sfide della produzione musicale a distanza?

«Comporre, produrre e rapportarsi con i produttori, a distanza, è stato complesso, ma non impossibile. Di certo coordinare alcune sessioni di registrazione non è stato facile. Ma è stato necessario; il Covid-19 non mi ha consentito di viaggiare. Dunque, telelavoro!».

Considerata la tua esperienza, te la senti di poter dire che anche la direzione d’orchestra e la scrittura della musica si stia digitalizzando sempre di più?

«Direi che le tecnologie oggi hanno fatto passi da gigante. È chiaro che quando il tema te lo esegue un’orchestra hai molto più margine di manovra rispetto al freddo computer. Ma devi saper scrivere per orchestra, altrimenti non vai da nessuna parte. Padroneggiare il materiale musicale al punto tale da poter orchestrare in maniera bilanciata una partitura non è cosi scontato. Sono anni e anni di studio, pratica e lavoro. Ovvio che le produzioni che se lo possono permettere si rivolgono sempre a compositori che conoscono l’orchestra in modo profondo; inoltre l’esecuzione dell’orchestra dal vivo in questo tipo di lavori è una conditio sine qua non. Il punto però, a mio avviso, non è squisitamente relativo al “come lo realizzi” (orchestra vera o orchestra digitale per intenderci) ma al “come lo scrivi e come lo orchestri”. Se il compositore non conosce perfettamente il comportamento e le caratteristiche degli strumenti non potrà mai, né in presenza di orchestra dal vivo né per mezzo del computer, “spremere” al massimo le caratteristiche timbriche dell’orchestra con la dovuta efficienza. Noto che molti compositori che vengono dal “computer” e non hanno praticato la scrittura tradizionale fanno fatica ad elaborare orchestrazioni anche semplici e non si curano di quelle che sono le tessiture o i limiti degli strumenti. Ne deriva che spesso, per questo tipo di compositori, è più efficiente il software dell’orchestra vera; e cosi si perdono moltissime sfumature e moltissimi dettagli».

Una delle tante collaborazioni internazionali per The Inglorious Serfs è quella con Tina Guo, violoncellista di fama mondiale. Com’è stata la tua esperienza con lei?

«Ci siamo divertiti molto. Le ho mandato le parti, ne abbiamo parlato un po’ insieme e poi lei ha inciso. Il risultato è stupendo! Mi ha fatto piacere anche sentire la sua partecipazione. Abbiamo condiviso una bellissima esperienza. Tecnicamente parlando le partiture che le ho mandato erano veramente scritte in modo maniacale. Ogni respiro, ogni cambio d’arcata, tutte le variazioni dinamiche e agogiche erano indicate in partitura. In più tante indicazioni che le ho dato con i classici aggettivi che usiamo in musica… “Rude al tallone”, “Brutale”, “Delicato”, “Cantabile”, “Sonoro” ecc… in queste occasioni parlare italiano può aiutare. Insomma, le ho dato tutti gli strumenti per poter suonare dentro una sorta di griglia ben precisa, chiedendole pero di prendersi i suoi spazi e dire la sua. Sono soddisfattissimo del risultato finale».

Musiche internazionali per un film ripreso dalla tradizione italiana degli spaghetti western. Come si realizza questo connubio?

«Si realizza lavorando sodo e guardando sempre avanti ma consapevole di cosa ti sei lasciato dietro. Il nostro ricco passato mi ha aiutato e guidato; la musica classica, l’opera e le grandi invenzioni musicali. E ovviamente, inutile dirlo, anche l’impronta di Ennio Morricone, che nel western ha detto la sua, plasmando un suono che è poi divenuto iconico. Il western è Ennio Morricone. E registi come Tarantino ringraziano…».