Intervista in anteprima a Italo Moscati per l’uscita del libro su Ennio Morricone del 26 novembre 2020

(di Renato Marengo) Scrittore, regista, storico di cinema e di teatro, Italo Moscati nel suo nuovo libro Ennio Morricone ci racconta non solo il musicista ma l’uomo che ha conosciuto bene, il suo carattere, gli incontri e gli scontri con grandi registi di tutto il mondo per i quali ha scritto musiche immortali. Con Italo ho il privilegio di essere amico, siamo stati autori assieme di alcuni programmi radio, ho anche presentato suoi libri. Per me è la figura di maggior prestigio tra gli operatori culturali del mondo del cinema, dove proprio lui mi ha aiutato a inserirmi. So che conosceva bene Morricone e gli ho fatto un po’ di domande su questa sua ultima opera pubblicata per Castelvecchi, editore per il quale Italo ha già scritto The Young Sorrentino, il ragazzo vissuto su una panchina; Non solo voce: Maria Callas (2017); Vittorio De Sica, ladri di biciclette e ladri di cinema (2018); Sergio Leone. Quando i fuorilegge diventano eroi; Federico Fellini, Cent’anni: film, amori, marmi (2019); Alberto Sordi, una vita tutta da ridere (2020).

Italo, contrariamente alle tue abitudini, questa volta hai scelto di intitolare questo libro solo con il nome del suo protagonista, come mai?

«Perché Morricone merita pienamente di occupare tutto lo spazio del mio libro dedicato a lui, che ho sempre guardato con interesse e stima, studiandolo, collaborando con lui per il film I Cannibali (1969) di Liliana Cavani. La storia del libro che ci accomuna comincia da qui e si esprime in contatti diretti di lavoro, con un grande musicista e compositore di tante (migliaia) di colonne sonore, ma non solo. Ennio è una figura centrale della cultura musicale non soltanto nel nostro Paese o nel cinema, è un compositore che è passato fra molte esperienze. Il mio libro racconta questa avventura che svela tanti segreti e una passione totale per la qualità, l’originalità delle soluzioni. Ennio ha composto per il grande schermo oltre mille colonne sonore, e ha anche scritto per i concerti, i teatri, la tv: un mondo ampio e sempre di qualità. Lavorando con la Cavani e con lui per I Cannibali ho cercato di imparare e confrontare, chiedere e contribuire, sognare e immaginare. I contatti sono stati utili e hanno contribuito a cambiare temi, argomenti, suoni e passioni. Da quei momenti in poi ho capito, da giovane curioso qual ero, che cinema e creatività sono fatti l’uno per l’altra: la pellicola diventa un grande auditorio, un grande spazio in cui un compositore come Ennio aveva il gusto, e il divertimento, di far confluire tutte le musiche capaci di determinare il “racconto della musica”, tutta “la musica”, e quindi trasformare le colonne sonore una ricerca di intensità, bellezza, suggestione. Doveva essere lui il “protagonista” , accompagnando, creando gli interventi, le atmosfere…Il libro è questo, una lezione fra il talento della regista, la Cavani, e una musicista aperta a ogni avventura, fra gusto estetico e intensità del racconto».

Scrivere di Ennio Morricone per te non è la prima volta, farlo dopo la sua scomparsa deve essere certamente stata un’impresa ardua data la enorme produzione sia di colonne sonore che di opere sinfonie, arrangiamenti, che il grande compositore nella sua lunga e fortunata carriera ha scritto. Nel libro tu parti proprio da quello che a Morricone non piaceva: essere raffrontato a grandi maestri del passato, a detta di alcuni suoi presunti ispiratori.

«Sono stato molto attento nello scrivere il libro a non smarrirmi di fronte a un maestro dal grande talento e dalla capacità di scoprire, variare nelle soluzioni per raggiungere gli obiettivi per i film e per i registi che Morricone affrontava liberamente, trovando spesso, se non sempre, rapporti soddisfacenti, con gli autori delle sceneggiature, e soprattutto con gli autori, persone di grande qualità e sensibilità. Anche questo ho cercato di documentare, pur nella grande varietà e complessità nello scegliere le musiche, le canzoni, i suoni più adatti. Il film è una cassa vuota che viene prossimamente abitata dalle idee, idee che sono care al compositore che cerca, e trova, la combinazione con i registi. Si pensi a Sergio Leone che ha condiviso l’ esperienza di diversi film, sei, con un musicista come Morricone che ha osato e ha ottenuto di poter lavorare con le suggestioni di cui si è reso capace, creando precedenti di assoluta originalità, intensità. L’eleganza e l’attenzione di colonne sonore libere ha rivoluzionato il lavoro tradizionale del cinema dell’epoca, anni Sessanta. Morricone è andato oltre le musiche che accompagnano e spariscono dopo avere suggerito tensioni, scatti, potenza, sentimenti capaci di essere parte delle scene, mescolandosi con nuove intenzioni: le musiche non sono inni, artifici d’atmosfere… sono note, parole, effetti, timbri preziosi per vivere nei racconti, farne parte, non sovrapporsi mai».

Nel libro parli di Musica Assoluta, definizione che Morricone usava spesso…

«Musica Assoluta vuole sottolineare, in Morricone, la sua posizione riguardo alle sue scelte, ai temi a cui ha lavorato, ai suoni e agli effetti che non “tradiscono” la musica, la cercano nella sua autonomia, indipendenza, libertà… La musica è un mare in un cui si attinge inventando, praticando, sperimentando, studiando… un mare che è a disposizione dei compositori che sanno bene, e scelgono, quello che meglio trasmette qualcosa di speciale: non la voglia di affidarsi a esperimenti vani ma a suggestioni, studi, che aprono vicende, messaggi, intenzioni. La Musica Assoluta sta per indicare non obiettivi vincolanti, obbligati, ma le idee e i viaggi misteriosi frutto di sperimentazioni, confronti nel passato e nel presente; alla ricerca di soluzioni. La Musica Assoluta indica, mi pare, seguendo atti e suggestioni di Ennio, un programma di soluzioni e percorsi che viaggiano non per caricarsi sulle spalle una quantità di messaggi ma la ricerca di cambiare strade, modificarsi, essere inventori di soluzioni. La Musica Assoluta non è un paradiso è una officina di suoni e di snodi, accompagnamenti e viaggi che solo le prove, le idee, il destino e i sogni che scaturiscono».

Petrassi, il grande compositore che Morricone cita come suo maestro, aveva scritto anche lui musiche per il cinema, è stato questo che lo ha spinto a dedicarsi a questo genere?

«Il Maestro Petrassi, grande per Ennio e per tutti i musicisti, compose poche musiche per il cinema. Era uno studioso e aveva i suoi metodi, le sue convinzioni. C’è un episodio raccontato dallo stesso Ennio che spiega cosa accadeva fra il Maestro e l’Allievo. Ennio incontrò Petrassi dopo una proiezione di uno dei primi film western musicati dal suo Allievo. Lo racconto anche nel mio libro perché è la prova provata dei rapporti che succedevano in anni lontani, anni Sessanta. Petrassi, dopo la proiezione del film Per qualche dollaro in più, a cui aveva assistito, ebbe l’occasione di imbattersi nel suo Allievo; e si complimentò, la musica gli era piaciuta ma senza toni elogiativi, speciali; disse semplicemente di non continuare con quella esperienza che aveva fatto, lo ammonì suggerendogli di tornare alla scuola, alla vera musica, considerando il film a cui aveva lavorato qualcosa da dimenticare, invitandolo a tornare agli studi musicali. Petrassi e Morricone si stimavano ma erano diversi. A Morricone piaceva giocare “seriamente” con la musica fatta di tutte le sue valenze e possibilità. Petrassi amava la classicità ed era fedele a essa, erano diversi. Morricone aveva anche voglia di giocare e divertirsi con la musica, farla sua, svolgerla come la fantasia e la pratica assidua spingeva a farlo. La mole grande del lavoro da parte del musicista del western e non solo comportava un’adesione alle tendenze del tempo, alla musica come leggerezza del vivere, come ritmo stesso del vivere. Erano strade diverse. Alla fine i due musicisti impararono a fare ognuno quel che credeva. Morricone scalpitava come i cavalli dei suoi registi, giocava, inventava, nobilitava la musica popolare, la musica di tutti».

Nel tuo libro racconti di tanti suoi successi internazionali, degli Oscar, ma racconti anche degli esordi. Ricordo anche io che quando andavamo nella storica RCA sulla Tiberina lui era assieme a Luis Bacalov uno degli storici arrangiatori interni della grande casa discografica. Come è passato da un lavoro quasi di routine, di supervisione a comporre alcune delle più grandi colonne sonore del cinema?

«Con il desiderio, il piacere, il gusto di inventare; la voglia di giocare e sorprendere. Come sempre accade per la passione degli artisti veri. La serietà d’apparenza fisica di Ennio Morricone copriva un bisogno di creare e sfogarsi, sorprendere e farsi lodare. Era il piacere delle variazioni e delle passione come sempre accade per la capacità di inventare dei veri artisti, artigiani consapevoli di sapere inventare qualcosa di nuovo, qualcosa di inedito. Ennio giocava e si compiaceva con i registi con i quali organizzava vere e proprie sorprese. Del resto, Roma cinematografica era gonfia della creatività dei giovani dall’America e dall’Inghilterra, era uno spasso constatare per Ennio il gusto di essere capace di giocare e inventare, dimostrare di essere capace di andare “oltre”, cercando il piacere dell’orecchio e della mente mai in disarmo, sempre pronta a scattare e a convincere».

Nel libro evidenzi anche particolari curiosi e interessanti: il fischio, la tromba, piuttosto che grandi archi o pianoforti a sottolineare i “temi” delle sue musiche per alcuni grandi film.

«La bellezza di creare musica sta nel creare diversità nella ampia risonanza delle note rispetto ai sentimenti e al piacere che si vuole suscitare. Ennio si divertiva a faticare tra allievi e sostenitori, registi importanti e amici. Lo stupore era il risultato che si proponeva di ottenere dal centri creativo musicale del film. Doveva battersi e a volta litigare con qualche regista per far capire, vincere sul piano dei gusti. Il cinema ha di bello che non dice mai di “no” e si lascia plasmare dal talento del musicista-autore, il quale lavora cercando le idee, pescando dal mondo dei rumori e dei suoni che un nuovo mondo incantato, sorprendente, memorabile. Lo scopo? Stupire e vincere sul regista, dopo avergli insegnato che cos’è l’arte dell’orecchio e delle mani: per una nuova musica.

Morricone ha avuto rapporti privilegiati o di scontro con grandi registi, per esempio con Sergio Leone su cui hai scritto anche un libro, rapporto quindi che conosci bene, quali particolari hai evidenziato del loro rapporto in questo libro?

«Ho cercato di “inserirmi” nel lavoro di Ennio e di spiarne le scelte. Per questo serve una grande libertà mentale e godere del piacere di giocare. Noi del cinema, del teatro, della creatività siamo al servizio di un’arte che ama avere, stanare la qualità di sorprendere; sappiamo benissimo che la preparazione teorica, la volontà teorica e immaginativa sorprende lo stesso autore e lo galvanizza, lo spinge ad andare oltre, a misurarsi nella tecnica e del senso del risultato: “sedurre” anche se si tratta di una canzonetta. Tutta la musica che  ha voluto far innamorare un grande pubblico ha usato pochi e semplici mezzi per entrare nell’orecchio, e raggiungere cuore e cervello per convincere e sedurre chi ascolta: il grande invisibile, ghiotto pubblico».

Scrivi anche di avanguardie e sperimentazioni. A un certo punto della sua carriera Morricone sente l’esigenza di presentare altri aspetti di sé come compositore, aspetti più complessi, secondo te era bisogno di elevarsi e farsi ricordare al di là delle tante accattivanti melodie, che poi ne hanno decretato il successo? Gli stava stretto quel successo, voleva avvicinarsi a Petrassi verso la fine della sua carriera?

«Teniamoci stretti gli artisti veri: quelli, come Ennio, che credono in se stessi anche quando dubitano ma dei dubbi fanno il gioco, li cercano, li curano con amore, amano farsi sorprendere dalle note e dai desideri, desideri di “effetti” che spuntano durante il lavoro, gli esperimenti che non finiscono mai e sorprendono. Ennio andava a caccia di se stesso, intimo, per andare oltre, stupire chi affida il lavoro e non sa cosa vuole. Il mondo dell’arte premiata dal consenso dei produttori che amano “farsi” stupire e quindi stimolano i loro artisti, vogliono quello che non sanno, ma hanno orecchio e portafoglio che vanno riempiti con il successo, il riconoscimento, lo svelamento. E l’artista è felice: vuole essere una stregone e vuole essere lodato, sedotto da chi lo ha scelto per un amore concreto: soldi e passioni, per il futuro dell’umanità. Un gioco potente».

La musica del futuro… per aprire varchi o per lasciare tracce “più profonde”, forse più “impegnate”, forse più “impegnate”, di sé?

«L’autore ama o odia troppo se stesso e solitamente non sa guardare e capire; ma ci prova, soffre e lavora, litiga ma non tradisce se stesso, la passione che lo muove, il senso di distacco dagli “altri” che deve affascinare senza neanche mescolarsi, deve farsi amare, essere felice e poi staccarsi, ognuno a suo modo: la solitudine che ama il successo di massa è la molla dell’arte da sempre, tutti lo sanno, tutti camminano nello stesso viale del risultato, dei risultati: convincere, vincere, godere nel silenzio, mentre la conquista del consenso va, va, va…».

Concludi il tuo libro con quella frase di Ennio: “Non voglio disturbare”, con la quale ha voluto andarsene con la consueta discrezione, evitando clamori che non aveva mai amato. Ma a tuo giudizio era consapevole sino in fondo di essere uno dei protagonista diz maggior successo del nostro tempo?

«Un artista vero, come Ennio, sa molto di se stesso, ma non tutto. Non vuole sapere tutto, vuole scoprirlo ancora e sempre, vuole rivelarlo, svelarlo, sorprendere. Il vero artista non cerca, non cambia per cambiare, ma per essere lodato e compreso. La musica è il canto del cervello e della coscienza che si forma nella ricerca e nel lavoro. Ennio è stato, era, è un grande esempio di successo, meditazione, sorpresa e serenità, senza perdere ombre, amarezza, bisogno di essere amato, vincere con dolcezza e potenza d’immaginazione».

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