Il musical al cinema: riscoperta di un genere

(di Paola Maria D’Agnone) Il musical è un genere che cinematograficamente ha sempre avuto un largo successo negli Stati Uniti, patria di Broadway. È infatti parte integrante della cultura statunitense, come per gli Europei lo è la lirica e per noi italiani l’opera popolare (ad esempio “Masaniello” e “La gatta cenerentola” con musiche di De Simone). Da noi questo genere cinematografico non ha mai avuto grande seguito, probabilmente perché l’Italia, patria del Neorealismo, è un luogo dove il cinema è nato come necessità di raccontare i dimenticati, e proprio per questo l’italiano non ha mai apprezzato i lustrini, la forzata allegria e l’immagine artefatta della realtà che i musical hollywoodiani presentavano, almeno alle origini. Ma anche perché probabilmente si è sempre associato il genere a trame melense e inconsistenti. Basti pensare a film come “Grease” (foto), che racconta una storia molto semplice ed è costruito puramente sull’esibizione, sul talento dei suoi interpreti e su una riuscita operazione nostalgia che ripropone dei “tipi” anni ’50 senza la pretesa di fare nulla di più. Probabilmente ha un peso anche l’esperienza che noi italiani abbiamo avuto nel misurarci con il genere con i nostri musicarelli, film che mettevano al centro della storia un cantante italiano con il suo nuovo disco. Si trattava di pellicole con un basso budget, storie banali e interpretazioni poco convincenti.

Esistono però delle eccezioni. Dei classici Hollywoodiani, come il già citato “Grease” e “Cantando sotto la pioggia”, hanno brillato ovunque, anche da noi, probabilmente perché abbinano grandi canzoni, indimenticabili performance e interpreti carismatici al ricordo stereotipato di un’epoca insito nell’immaginario collettivo. Si tratta di puro intrattenimento, ma anche qualcosa di più, perché sono film a tutti familiari, veri e propri cult che sono riusciti a coinvolgere persone di tutte le età. Ma a parte queste e altre illustri eccezioni, il cinema musicale non riesce a conquistare il pubblico italiano.

È strano pensarlo, perché il musical ha il pregio di unire quattro grandi arti: teatro, cinema, musica e danza. Dal teatro il musical ci è nato, prendendo ispirazione dai vaudeville francesi, dalle commedie inglesi e dall’operetta europea, mentre il cinema è la forma d’arte contemporanea per eccellenza, perché tutti ormai siamo esposti e guardiamo prodotti audiovisivi tutto il giorno. La musica d’altro canto ha la capacità di riuscire ad arrivare a chiunque perché è immediata e si può ascoltare ovunque. L’ultimo elemento, la danza, fa parte della nostra vita più di quanto pensiamo, perché ne seguiamo ogni giorno il principio: siamo corpi che si muovono nello spazio, ognuno nel suo specifico modo. La forza di questa unione la conoscevano bene i produttori di Hollywood, che dagli anni ’30 hanno scommesso sul genere regalandoci veri capolavori. Basti pensare che il sonoro ha esordito con un film musicale, “Il cantante Jazz” del 1927, che contava nove canzoni e circa un minuto di dialogo.

In seguito a questo film molte case di produzione Hollywoodiane hanno investito sul genere con successo. Tante personalità sono emerse nel tempo: Judy Garland con “Il mago di Oz”, grandi ballerini come Ginger Rogers e Fred Astaire (famosi per film come “Top Hat”, foto) Gene Kelly e molti altri. Si trattava sempre di musical di puro intrattenimento, dove la psicologia dei personaggi non veniva approfondita.

Uno dei primi cambiamenti si è visto con West Side Story, film del ’61 di Jerome Robbins e Robert Wise, che raccontava questioni sociali, ma solo grazie a “Cabaret” di Bob Fosse, si è iniziata a indagare l’ampia gamma delle emozioni umane. Dagli anni ’70 il musical si è aperto ad altri generi, musicalmente e cinematograficamente. Un elemento importantissimo del musical è proprio questo: ne esiste uno per chiunque. Apprezzi il rock? Hedwig and the Angry Inch. Preferisci i film biografici? Evita. Drammatici? All that jazz. Vuoi qualcosa di unico? Rocky Horror Picture Show.

Recentemente in Italia film come “The Greatest Showman” e “La la land” (foto), ci hanno fatto riavvicinare al genere. Questo perché i registi dei due film hanno intelligentemente fatto quello avevano fatto in passato “Grease” e “Cantando sotto la pioggia”: attori famosi e canzoni forti. Nel caso di “The Greatest Showman” si è portata in scena la storia classica storia di un ultimo con un sogno, mentre nel caso di “La la land” si è fatta una grande operazione nostalgia proprio come avevano fatto i due grandi successi prima menzionati. Questa ricetta non conosce epoca, perché funziona sempre. Il musical è un genere che non morirà mai, perché, supportato da quattro forme d’arte, può adattarsi più facilmente a qualunque tipo di racconto. Una volta qualcuno aveva detto che il cinema, con la sua continua voglia di imprimere su pellicola momenti e sensazioni, non è altro che un ricordo. Allora se il cinema è un ricordo, il musical è il suo ricordo più bello.