Ciao Gigi, anima nobile e popolare di Roma

Colto e popolare, romano e internazionale, locale e globale, cabarettista, cantante, musicista, doppiatore, regista, direttore artistico, insegnante e soprattutto attore, sia comico che drammatico: Gigi Proietti era tutto questo e molto di più.

Erede naturale di Ettore Petrolini, i cui personaggi ha portato più volte in scena, con il grande attore comico dell’inizio del secolo scorso condivideva la medesima vena ironica, tipicamente romana. Basti pensare a ciò che Petrolini disse in punto di morte al medico che lo visitava trovandolo ristabilito: «Meno male, così moro guarito». Con lo stesso spirito, Gigi, parlando della data della sua nascita, il 2 novembre, giorno in cui si commemorano i morti, diceva: «Che dobbiamo fa’, la data è quella che è…». E per ironia della sorte proprio il 2 novembre, all’alba del giorno del suo ottantesimo compleanno, ci ha lasciato. Ma il ricordo di lui, la sua figura, le sue maschere, la sua risata e la sua voce profonda e inconfondibile resteranno scolpite per sempre nella nostra memoria.

Fra gli innumerevoli spettacoli portati in scena e le decine di personaggi interpretati al cinema, in teatro e in televisione, ce ne sono alcuni che il pubblico ha amato e continuerà ad amare per sempre. La sua performance sul palcoscenico rimasta nella storia è senz’altro quella di A me gli occhi please, uno one-man-show con cui ha esordito nel 1976 e che, riveduto e corretto, ha attraversato le epoche e le generazioni, riproposto negli anni a più riprese in centinaia di repliche con migliaia di spettatori fino all’anno 2000.

Al cinema, mezzo di espressione che (e questo era un suo cruccio) avrebbe voluto frequentare molto di più, ci ha però regalato – oltre ad alcune interpretazioni di spessore internazionale con registi del calibro di Sidney Lumet, Robert Altman e Bertrand Tavernier, rispettivamente ne La virtù sdraiata, Un matrimonio ed Eloise, la figlia di D’Artagnan – l’indimenticabile personaggio di Mandrake in Febbre da cavallo, film del 1976 diretto da Steno che negli anni è diventato un vero e proprio fenomeno di culto. Personaggio tornato sul grande schermo nel 2002 con il sequel scritto e diretto da Enrico e Carlo Vanzina, dal titolo Febbre da cavallo – La mandrakata. Dopo questa pellicola per i figli di Steno ha poi preso parte a diversi lavori, tra cui Un’estate al mare (foto © 2008 Medusa Film), nell’esilarante episodio La signora delle camelie, in cui veste i panni di un doppiatore che dovendo sostituire un amico nel ruolo del conte Duval in una messa in scena del romanzo di Dumas, si fa aiutare da un suggeritore, ma capendo male le battute, le storpia tutte, trasformandole in frasi che divertono gli spettatori, al punto da richiedere più repliche dello spettacolo.

Anche sul piccolo schermo il suo volto è sempre riuscito a fare breccia nel cuore del pubblico. In particolare con la sua interpretazione più iconica, quella de Il maresciallo Rocca, il bonario comandante della stazione dei carabinieri di Viterbo, vedovo con tre figli, della omonima serie tv. Partita senza troppi clamori su Raidue nel 1996, in brevissimo tempo la fiction riuscì a farsi notare, conquistando un’audience sempre crescente, fino a superare i dieci milioni di telespettatori a sera. L’ultima puntata del 12 marzo 1996 registrò il record di quasi 16 milioni di telespettatori. Un successo così clamoroso che spinse la produzione a realizzare altre cinque stagioni, stavolta per Raiuno, fino alla miniserie conclusiva del 2008.

Ma oltre a lasciarci queste pietre miliari della storia del teatro, del cinema e della televisione italiana, il merito di Gigi Proietti è stato anche quello di aver formato una generazione di comici e attori che, usciti dalla sua scuola di recitazione, sono diventati i nuovi mattatori dei palcoscenici e dello schermo domestico, da Enrico Brignano a Flavio Insinna, da Giorgio Tirabassi a Gabriele Cirilli, da Massimo Wertmuller a Francesca Reggiani, per citarne solo alcuni.

E come monumento alla sua memoria resta per noi quel gioiello di architettura scenica che sorge all’interno di Villa Borghese, il Globe Theatre, il teatro shakespeariano eretto nel 2003 in uno dei parchi più belli della sua città, all’interno del quale, nel 2017, ci ha regalato un’altra sua grande interpretazione, quella di Edmund Kean nell’opera omonima di Raymund FitzSimons dedicata al grande attore teatrale britannico di fine Settecento, tra i più grandi della storia inglese, come lui lo è stato della storia dello spettacolo italiano.