Che anno è?, la rubrica di cinema e musica di Giorgio Cavagnaro, questa settimana ci propone il 1984: C’era una volta in America di Sergio Leone, Smalltown Boy dei Bronski Beat

Per come è stato concepito e realizzato da Sergio Leone, il monumentale C’era una volta in America non sembra nemmeno un film italiano, il che suona allo stesso tempo come un complimento e un insulto. La storia, anzi, l’epopea dei due gangster David “Noodles” Aaronson e del suo acerrimo amico Max Bercovicz (Bob De Niro e James Woods ai vertici delle rispettive carriere) racconta l’infanzia e l’adolescenza del nuovo continente in chiave criminale: più di trent’anni in un’impressionante successione di immagini che ricorda la struttura narrativa di un affresco rinascimentale suddiviso in quadri o, se volete, un moderno arazzo di Bayeux.

Qui in Italia, ne sono testimone diretto, la scena che ha colpito di più l’immaginazione è sicuramente quella, celeberrima, girata all’Hotel Excelsior di Venezia, in cui Noodles riserva l’immensa sala da pranzo di un favoloso ristorante sul mare solo per sé e la sua Deborah (la soave Elizabeth Mc Govern).

Un mio collega di ufficio (siamo nella preistoria) non la smetteva mai di mimare quella sequenza sul posto di lavoro, incurante delle eventuali conseguenze: abbracciando stretto un’immaginaria dama, percorreva il corridoio roteando e cantando Amapola, con qualche pratica da evadere stretta in mano in precario equilibrio. Segno certo che la scena aveva fatto assai colpo.

Personalmente mi ero emozionato di più assistendo al duello finale tra Lee Van Cleef e Gian Maria Volontè, arbitrato da Clint Eastwood in Per qualche dollaro in più. Ma ammetto che quando a Noodles, ormai anziano e rassegnato, viene chiesto cosa abbia fatto in tutti questi anni, la risposta è folgorante come e più del winchester del Colonnello. “Sono andato a letto presto.” Colpito e affondato.

Tutt’altra atmosfera nelle brume inglesi di Smalltown boy, folgorante esordio del trio Bronski Beat. Quando arriva questa canzone, corredata dall’imprescindibile video, l’opinione pubblica è ancora perplessa sull’atteggiamento da prendere nei confronti del popolo gay. Era come se la ragione portasse a conclusioni ovvie, cioè l’assoluta inesistenza di qualsiasi problematica legata all’accettazione dell’omosessualità come fatto naturale, mentre l’istinto, condizionato da secoli di oscurantismo, tirava la corda in direzione opposta.

La voce di Jimmy Somerville è unica. Ma anche l’architettura musicale della canzone è fuori dell’ordinario: si potrebbe definirla un tormentone techno-pop  di alta qualità, caratteristiche che, insieme, fanno pensare a un ossimoro. Ma la chiave del successo è nei quattro minuti del video: un vero cortometraggio, malinconico e denso di significati. La storia di un ragazzo gay, la sua difficoltà di inserirsi nel mondo “normale”, la pena infinita del rifiuto da parte perfino dei genitori. Un dramma mai rappresentato nel mondo della musica pop con altrettanta efficacia e sensibilità.