Che anno è?, la rubrica di cinema e musica di Giorgio Cavagnaro, questa settimana ci propone il 1969: Un uomo da marciapiede di John Schlesinger, Whole Lotta Love dei Led Zeppelin

Certo, Un uomo da marciapiede è un gran titolo. Ma l’originale, Midnight cowboy era  anche più preciso per raccontare la storia di Joe Buck, bambinone del Texas sbarcato a New York con la ferma convinzione di fare i soldi come gigolò. Lo sappiamo, non andranno bene le cose, per lui e per il suo amico Enrico Rizzo, detto “Sozzo” o “Ratso” in versione originale. Dustin Hoffman è al suo massimo splendore, nel ruolo di questo poveraccio italo-americano che vive sì di espedienti ma si affeziona sinceramente al texano spaccone col volto spaurito dell’esordiente Jon Voigts, futuro padre di Angelina Jolie. John Schlesinger vince l’Oscar per la regia e se lo merita tutto, non foss’altro per la scena finale della morte di Ratso sul pullman che porta i due in Florida, scena che vista oggi mi fa ancora piangere, con il cowboy Joe che tiene il braccio sulla spalla dell’amico morto.

La disperazione che Jon Voight  riesce a comunicare con quegli occhi da adolescente cresciuto troppo e troppo in fretta è un’immagine indelebile, soprattutto sulle note dell’armonica di Toots Thielemans che serpeggiano tra i volti mostruosi delle vecchie americane in arrivo a Miami. Musica più bella perfino della celeberrima Everybody’s Talking di Harry Nilsson, che accompagna le passeggiate newyorkesi dello smarrito cowboy, radiolina in spalla. Film anche violento e sessualmente problematico, fece dire a John Wayne che era “un film su due checche”. Io direi invece che marca la sospirata fine di un periodo oscurantista per l’America e per il mondo intero, alla faccia di quel trombone borioso del Duca.

Chi aveva annusato con interesse un vinile che, sulla copertina in bianco e nero, esibiva un grande dirigibile in fiamme, ripreso dal basso, aveva già scoperto Good Times, Bad Times, Communication Breakdown e, soprattutto Baby I’m Gonna Leave You. Cioè i Led Zeppelin, la novità più scioccante di fine decennio. Con sforzo immane, le mie dita si esercitavano indomite nel tentativo (parzialmente riuscito, tiè) di riprodurre sulla chitarraccia a disposizione la intro di Baby I’m Gonna Leave You ed ecco che in tutte le camerette tappezzate di poster compare, (lo stesso anno!) il secondo dirigibile. Stavolta non è l’”Hindenburg” che brucia, ma una sagoma bianca che incombe su una vecchia foto della squadriglia del Barone Rosso, ma con le facce di Jimmy Page, Robert Plant, John Bonham e John Paul Jones. Il disco è epocale, e comincia col botto: Il riff di Whole Lotta Love, le parole quasi primitive urlate da Plant sulla cascata irrefrenabile di percussioni prodotte da “Bonzo” Bonham eleggono plebiscitariamente il pezzo a simbolo d’epoca. E tale è rimasto. Ma se i Led Zeppelin sono i padri del metal, sono anche capaci di strabilianti prestazioni blues, folk e soft rock, come Since I’ve Been Lovin’ You , Ramble on, Moby Dick o la gemma Thank You. Tutto in un solo, commovente, irripetibile disco.

Trent’ anni dopo, sarà stato giusto il 1999, io e l’amica Manuela Kustermann, a cavallo del mio Scarabeo 50 ci addentriamo nei meandri di un’area dismessa della stazione Tiburtina, a Roma, dove si tiene, pare, una sorta di festival chiamato “Enzimi”. Ed ecco che, mentre giriamo al buio per stradette disastrate, sullo sfondo compare un palco illuminato, proprio mentre risuona, tra rotaie e palazzoni di periferia, il micidiale riff di Whole Lotta Love. Parcheggiamo il motorino e ci sistemiamo tra le due o trecento persone presenti, sotto il palco. Sono proprio loro, Robert Plant e Jimmy Page che eseguono i classici di una generazione davanti a un pugno di spettatori non paganti. Una grande emozione, cari lettori.

Mi viene in mente, pensando a quei trecento giovani e forti della stazione Tiburtina, che il 1969 è stato l’anno dell’evento più memorabile della storia del Rock con la “R” maiuscola: tre giorni di pace e musica, a Woodstock, poi diventati anche il film-manifesto della mia generazione. My Generation. Quella che, siano trecento o un milione, sotto il palco c’è sempre.

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