Il giallo della morte di Kurt Cobain

Ci sono vicende che hanno i tratti romanzeschi di un film, in cui i personaggi sono ciascuno tassello di un più ampio mosaico di gesti, sentimenti ed azioni. Ci sono poi vicende che si caricano dell’abito che è anche la narrazione collettiva a regalargli o, ancora più spesso, ad imporre loro. Sono le storie dei Divi, dei Miti di ieri di oggi e di domani. Di quelli che ci ricordiamo con i tratti di foto sgranate e piene di polvere, nell’ascolto di interviste gracchianti e, nel caso di musicisti, di dischi che sono oramai parte della memoria collettiva.

Il successo, come il rischio, dei film biografici sta nella capacità di riportare vicino, con tutti i suoi colori, quelle storie lì, quelle che ci appassionano. Sanno farlo i film, molto spesso certi libri biografici. E’ il caso di Kurt Cobain Dossier, un volume che esce per Chinaski a firma di Episch Porzioni: un’indagine lucida e corrosiva su uno dei suicidi più enigmatici del secolo scorso. Una scrittura brillante, una ricostruzione attenta dei fatti. Dai tratti del giallo. Pieno di rivelazioni sconcertanti. Sono questi gli elementi che fanno di questo libro una lettura che tiene svegli, di cui vuoi andare a leggere le ultime parole. Va anche detto, per gli appassionati dei Nirvana, che le prime pagine sono anche una ricostruzione accurata, proprio da un punto di vista musicologico, del formarsi dello stile e della scrittura di Cobain e della celebre band di Seattle, così come anche della musica di Courtney Love: origini, influenze. Insomma: tutti gli ingredienti per capire un’epoca musicale oltre che un contesto sociale e umano.

Seattle, aprile 1994. Kurt Cobain, motore creativo della più grande rock band degli anni ’90, viene trovato morto nella sua villa col cranio sfondato e un fucile ancora stretto tra le dita. Prima ancora che l’indagine venga chiusa, la polizia di Seattle sentenzia: suicidio.

In fondo tutti gli elementi sembrano esserci: l’arma del delitto, la nota del suicida, almeno un precedente tentativo documentato di togliersi la vita. Eppure già poco dopo la morte del cantante iniziano a circolare voci secondo cui Kurt sarebbe stato ucciso. Un giornalista di Seattle scova discrepanze nel rapporto della polizia. L’investigatore privato Tom Grant, già assunto da Courtney Love per trovare il marito, contesta gli esami tossicologici e l’autenticità della grafia nella lettera d’addio. La notizia più sensazionale è però quella di El Duce, cantante dei Mentors che dichiara di sapere chi ha ucciso Kurt Cobain. Peccato finisca sotto un treno una settimana dopo queste rivelazioni.

Nel 2015 poi Tom Grant realizza un nuovo documentario, Soaked in Bleach, dove presenta una serie di intercettazioni e di nuove prove assolutamente sconvolgenti, al punto a far dichiarare all’ex comandante del Dipartimento di Polizia di Seattle Norm Stamper che, se lui fosse ancora in servizio, chiederebbe la riapertura del caso. Epìsch Porzioni ha trascorso anni ad indagare sul suicidio di Kurt, setacciando il mondo del leader dei Nirvana da capo a piedi: indizi tralasciati, calligrafie forse contraffatte, impronte mancanti, testimonianze ambigue, mezze ammissioni e la vedova. La più oltraggiosa, eccessiva ed ambigua vedova della storia del rock: Courtney Love. 

La donna in questi ultimi 25 anni, ne combina di ogni fra arresti, cliniche di disintossicazione, denunce, post complottisti, lotte con i due membri superstiti dei Nirvana e persino minacce di morte all’ex marito di Frances Bean, la figlia avuta da Kurt Cobain. Senza dimenticare che sembra proprio lei la prima a non credere al suicidio dell’icona del grunge.

Fra i documenti anche gli atti processuali della causa fra Isaiah Silva (ex marito della figlia di Kurt Cobain) e Courtney Love: con tanto di intercettazioni telefoniche che dimostrano il tentativo di uccidere il giovane Silva e far passare la vicenda per un suicidio. Ma anche rivelazioni totalmente inedite di Courtney.

Francesco Ferri