Che anno è?, la rubrica di cinema e musica di Giorgio Cavagnaro, questa settimana ci propone il 1968: 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick, L’Album Bianco dei Beatles

A quei tempi, si andava al cinema quasi tutte le sere. Spesso all’ultimo spettacolo, che allora cominciava a mezzanotte, se non più tardi, consentendo ai vitelloni (tra i quali aspiravo a militare presto) di fare nottata, tra film, discussioni post film, sigarette in macchina e cornetti delle quattro. Ma in questo caso la notte non bastò. Troppe erano le tematiche (termine appena recepito nelle assemblee studentesche), troppi gli enigmi che Stanley Kubrick poneva ai neoliceali imberbi che eravamo, sia pure di buona volontà con 2001 Odissea nello spazio. Che mi andava a significare il monolite nero? Dio, la Ragione, un’astronave aliena, erano le risposte azzardate dai brufolosi individui, a seconda se di educazione cattolica, marxista o incline al realismo magico visionario. E poi, la corsa allucinante del protagonista fra tempo e spazio, vero trattato visuale di fisica einsteiniana, come si concilia con l’Also spracht Zarathustra e gli altri riferimenti di chiara marca nietzschiana? Boh.

Quello che ci rimase più impresso, non sapendo ancora padroneggiare a dovere paroloni e concetti fuori portata fu l’osso, arma letale lanciata in aria con furia belluina dallo scimmione vincitore, fattosi uomo e capo indiscusso, che in volo divora millenni e si trasforma, a tempo di valzer, in stazione spaziale, dando il “la” al secondo film nel film. E la voce di HAL 9000, intelligenza artificiale morente che si spegne cantando una nenia infantile. Prima della vendetta inesorabile della macchina, ferita a morte, sull’uomo.

Un bel giorno di questo nostro anno cruciale mio fratello si presenta in casa con un disco tutto bianco. I Beatles hanno registrato un album addirittura doppio, il che vuol dire due trentatrè giri di canzoni nuove, infilati in una copertina dal candore niveo, di grandissima classe.

Per farsi perdonare l’azzardo, i miei quattro zazzeruti compagni di una vita farcirono il disco con un poster (che chissà perché quasi tutti persero a tempo di record) e quattro memorabili foto individuali (che invece quasi tutti sono riusciti a conservare miracolosamente, me compreso). A migliaia di ascolti sul modesto giradischi casalingo seguirono altrettanti tentativi di riproduzione, su chitarra Eko da lire cinquemila, di capolavori come Back in the USSR, Rocky Raccoon, Julia o, soprattutto, della struggente While My Guitar Gently Weeps da parte dello scrivente, con risultati discutibili.

All’Album Bianco è legata l’esperienza, per me mistica, del primo ascolto vinilico su un impianto stereo degno di tale nome. Il solito amico fortunato aveva messo le mani su un rack (si diceva così) di quelle meravigliose scatole argentee impilate con nonchalance su un ripiano del soggiorno di casa, nomi favolosi (Thorens, Lenco, Dual, Pioneer, Technics, Marantz) che avrebbero popolato i sogni degli adolescenti per decenni, e che riproducevano le note di Dear Prudence o di Happiness Is a Warm Gun facendo sembrare il Philips di casa una radiolina a transistor buona per “Tutto il calcio minuto per minuto”.

Happiness Is a Warm Gun, per l’appunto, è il pezzo più corale e inquietante del nostro vinile. La musica è un’ipnotica fusione di almeno tre melodie diverse, mentre il testo lennoniano appare orribilmente profetico, quasi come il finale dell’ Accattone pasoliniano. “Mo’ sto bene” erano le ultime parole del protagonista del film, steso sull’asfalto dopo la caduta in moto. John sembra evocare invece, tragicamente, la pistola che, dodici anni dopo, metterà fine alla sua vita tormentata e geniale, davanti al Dakota Residence di New York.