Che anno è?, la rubrica di cinema e musica di Giorgio Cavagnaro, questa settimana ci propone il 1964: The House of the Rising Sun degli Animals, Mary Poppins di Robert Stevenson per Walt Disney

So bene che quanto sto per scrivere disegnerà sui vostri volti un sorrisetto tra lo scettico e il preoccupato per la salute mentale del vostro affezionatissimo scriba. Ma devo farlo. Questa formidabile canzone senza autori (è accreditata come “traditional”) non nasce tra i bordelli fumosi di New Orleans, USA, “lament” di un ragazzo sfortunato che grida al cielo la sua pena rabbiosa, eh no. Nasce nella zona mineraria di Newcastle, UK, la melodia forse addirittura nel ‘600, ben prima che New Orleans fosse qualcosa di diverso dal delta paludoso del Mississippi. I minatori, o chi per loro, le regalarono un testo cantabile ai primi del ‘900, che arrivò in qualche modo in America dove il menestrello Woody Guthrie ne fece una canzone vera, subito seguito da Bob Dylan e tanti altri. Fino a tornare in Inghilterra, dove Eric Burdon, ruvido vocalist degli Animals, la sentì cantare in un club indovinate dove? A Newcastle, sissignori. Hilton Valentine, misconosciuto chitarrista del gruppo, regalò alla canzone il marchio distintivo, quell’arpeggio che tutti avremmo strimpellato per decenni, e The House of the Rising Sun era pronta per la consegna all’eternità.

Personalmente devo confessare che, bambino, mi arrivò alle orecchie prima la versione italiana, enfatica ma d’effetto, dei Marcellos Ferial. La casa del sole, l’avevano chiamata, trasformandola in una storia d’amore disperato in cui la casa e il sole erano un puro omaggio al titolo originale e nient’altro. Ma a me piaceva lo stesso, potenza di una melodia immortale e della pena infinita dei minatori di Newcastle, povere anime.

È impossibile descrivere l’affollamento confuso di sentimenti e sensazioni che suscitò Mary Poppins, nel cuore (sì, nel cuore) in tumulto del bambino che, uscendo del cinema Radio City, allora sito in via XX Settembre, a Roma, tornava nel mondo reale. Pioggia, clacson, la maestra antipatica, tutto sparito per almeno una settimana, sostituiti da un ombrello vagante per il cielo con sotto attaccata una donna, dritta come un manico di scopa ma capace di ogni meraviglia. Spazzacamini acrobati che ballano sui tetti, cavalli da giostra che si staccano e partecipano al derby di trotto, pinguini camerieri di un bar da sogno in technicolor. E la storia di due bambini un po’ come te che stai uscendo dal cinema, con un padre coi baffi proprio come il tuo, prigioniero del lavoro proprio come il tuo, burbero ma in fondo buono, proprio come il tuo. Il bambino conosceva già, grazie a una sorella grande, i libri di quella strana tipa che era Pamela L. Travers, i cui segreti vennero svelati cinquant’anni dopo in un altro bellissimo film, Saving Mr. Banks, e credo che all’inizio fece un po’ fatica a passare dai disegni in bianco e nero del libro al mondo traboccante colori e buoni sentimenti di Walt Disney. Lo stesso disagio iniziale di P.L. Travers, immagino. Ma poi il disagio passa, il bambino diventa uomo, poi quasi vecchio, e ogni dannata volta che la Tv passa Mary Poppins, cioè praticamente ogni anno a Natale, il bambino coi capelli bianchi è lì in prima fila, a sentir cantare di pillole che possono andare giù con un po’ di zucchero, di spazzacamini romantici, di banche austere sconfitte dagli aquiloni o di fredde cattedrali trasformate  da una vecchietta e da un volo di piccioni. Il bambino cerca ancora un filo di speranza, di incanto, e non si stanca ancora di guardare verso il vento dell’Ovest, in attesa. Lo vogliamo deludere definitivamente? La nebbia è là…qualcosa di strano può ancora accadere, forse.