Che anno è?, la rubrica di cinema e musica di Giorgio Cavagnaro, questa settimana ci propone il 1970: Instant Karma di John Lennon & Plastic Ono band, L’uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento

C’era una volta un Lennon senza McCartney. Un Lennon tutto nuovo che di punto in bianco decide di sconcertare milioni di adoratori dei Fab Four; prima con un pezzo davvero ostico come Cold Turkey, tacchino di digestione assai difficile, e tutti lì a dire “Ridateci John, quello vero, quello che scriveva canzoni“. Siamo già nel 1970 e John, con la fida Yoko, conosciuta anche come la perfida strega dell’est, e un manipolo di eroi niente male come George Harrison, Billy Preston, Klaus Voormann e Mal Evans, sotto la sapiente regia di Phil Spector, registra in un solo giorno ad Abbey Road una canzone nervosa, ossessiva e ossessionante come la mente del suo autore, che mette tutti d’accordo. Parla di pace e uguaglianza, e vende più di un milione di copie negli Stati Uniti. È Instant Karma, e il mondo impara che i Beatles sono finiti. Per sempre.

Quanto si andava al cinema, allora. In gruppo, con la ragazza, con l’amico/a del cuore. Da soli un po’ meno, perché il film era un rito da condividere e commentare sul posto, appena usciti dalla sala dopo lo spettacolo di mezzanotte, tirando tardi in macchine fumose almeno come il cinema appena lasciato. La scelta del film non era tanto ponderata, eravamo praticamente onnivori. Ogni tanto però si spargevano le voci. Una di queste girava, girava per i telefoni e i banchi delle classi liceali fino a diventare un imperativo categorico: “L’hai visto L’uccello dalle piume di cristallo?” Sì, certo, ancora no, ci vado subito prima che tu mi dica l’assassino, infame maledetto.

Poi i mormorii si fecero più dettagliati. Attenti alla scena della vetrata, diceva uno, sornione, che l’aveva già visto. Attenti ai versi che provengono dallo zoo, diceva un altro. Niente, a scanso rischi, meglio andare subito al cinema a vedere di persona.

Dario Argento era un ragazzino di trent’anni alla sua opera prima, e Tony Musante un attore italo-americano giovane ma già esperto, poco incline ad accettare le improvvisazioni del regista, estroso e ingenuo ma geniale come un italiano geniale.

Come sempre, è dal caso e dai contrasti che nascono i capolavori. E il giallo formidabile che saltò fuori in sei tempestose settimane di lavoro lo è senza alcun dubbio.