Che anno è?, la rubrica di cinema e musica di Giorgio Cavagnaro, questa settimana ci propone il 1969: Easy Rider di Dennis Hopper, Volevo un gatto nero di Vincenza Pastorelli

Sette anni e innumerevoli ettolitri di acqua erano passati sotto i proverbiali ponti da quando il successo imprevedibile del Sorpasso di Dino Risi era deflagrato, rimbombando anche all’estero e addirittura in America, dove era uscito col titolo Easy Life. Dennis Hopper non ha mai nascosto di averlo tenuto ben presente, varando il suo “Easy Rider”, road movie di fine decennio iconico quanto lo era stato il capolavoro di Risi per l’era del nascente miracolo italiano.

Tutt’altro scenario, naturalmente, se pensiamo che al posto del villico col mezzo toscano i due protagonisti, Peter Fonda e Hopper stesso, imbarcano lo stravagante avvocato Jack Nicholson, pronto all’avventura e subito propenso a darci dentro con gli acidi. E soprattutto, la tragedia finale non si deve a un maledetto incidente ma a una vera e propria strage intenzionale, perpetrata a fucilate senza apparente motivo per mano di misteriosi teppisti. Il che rende tutto assai più inquietante, preconizzando di fatto l’approssimarsi di una fine violenta per la generazione peace&love, che tante speranze aveva acceso nel mondo giovanile. Libertà e paura era il titolo ufficiale italiano del film, pienamente giustificato dal senso di ribellione che sprigionava, e anche dal notevole numero di armi che vi comparivano (attivamente), rendendo la storia un po’ difficile da inquadrare per noi ancora poco avvezzi alle sparatorie gratuite.

In Italia il film ci piacque soprattutto per l’enorme stars&stripes flag applicato con cura da Peter Fonda sul suo giubbotto, alle nostre coetanee per Peter Fonda stesso in persona, a tutti per i fantastici chopper, le moto dalle smisurate forcelle anteriori cavalcate dai due eroi: puro american dream irrealizzabile da noi, almeno all’epoca.

E, a dirla tutta, più adatto alle polverose e solitarie strade della California che ai sampietrini di Roma.

Immagino che il nome di Vincenza Pastorelli dica abbastanza poco a tutti. Ma la canzone che cantò (a quattro anni, pensate!) sul palcoscenico quasi domestico dello Zecchino d’Oro, la ricordano in molti. Vincenzina, deliziosa donnina bionda con le mani dietro la schiena, raccontava la sua delusione, dovuta al comportamento davvero deplorevole di un suo non identificato coetaneo. Costui, nonostante i patti fossero chiari, non aveva ricambiato il regalo di Vincenzina, un bel gatto bianco, con ciò che desiderava più al mondo la nostra piccina: un altro gatto, ma nero. Da qui una certa irritazione, espressa in musica ma con risolutezza: Volevo un gatto nero, e che diamine. E attenzione, “nèro”, non “néro” come avrebbero detto banalmente quasi tutti. Come si fa a non innamorarsi di quel broncetto sbarazzino? E infatti così fu.

Purtroppo la gloria, al mondo, passa presto. Nel 2007 Pastorelli Vincenza viene arrestata. Il motivo? Favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e di spaccio di cocaina ed eroina. Gestiva due case d’appuntamenti nella provincia di Lecce. Succede, diventare famosi da piccoli è spesso un tranello del destino, il quale rivela a tradimento una lingua biforcuta e velenosa.   

Cosa starà combinando oggi la biondina che ci fece innamorare? Fatecelo sapere, per favore.